Racconti d'autore

Nella mente di Butterly (parte 1) – Racconti d’autore

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Scritto da Ivan Bececco

Per cinque volte consecutive vibrò il campanile della cattedrale, scandendo il tempo com’era solito fare da circa millequattrocentovent’anni, senza chiedere nulla in cambio alla frenetica popolazione che si affaccendava qua e là sotto il vetusto torrione. Il suono si spanse nell’aria e raggiunse le orecchie di Thomas poco prima di entrare alle poste centrali per ritirare un pacco. “Toh, sono già le cinque”, disse a se stesso con immotivato stupore e un piede già oltre la soglia dell’edificio. Si fermò per un istante a riflettere, si lasciò accarezzare i timpani dal suono rotondo delle campane, poi entrò.

L’ufficio postale consisteva in uno schieramento ordinato e inefficiente di sportelli, due terzi dei quali vuoti, il resto occupato da sonnacchiosi funzionari che sbrigavano macchinalmente pratiche o ascoltavano le richieste degli utenti. Sul pavimento di marmo bianco scintillava la luce che irrompeva da gigantesche finestre laterali. Alle pareti, altrettanto bianche, erano appesi due monitor che gestivano il traffico e smistavano la clientela. Thomas schiacciò il pulsante della biglietteria automatica dedicato al ritiro della merce in giacenza e si mise a sedere, come un agnellino che aspetta di ricevere il latte da mamma pecora, in attesa del proprio turno.
Per fortuna esistono gli smartphone, la droga a buon mercato che ammazza la noia, pensò Thomas, perché dato il numero di persone che lo precedevano ci sarebbe voluto un bel po’ prima di tornare a casa. Attivò la connessione dati del telefono e questo gli restituì immediatamente una discreta quantità di notifiche: messaggi di posta elettronica, messaggi di Facebook, messaggi di Telegram consistenti perlopiù in una sequenza di faccine demenziali e anarchie grammaticali.
Tra le varie chat, però, una attirò la sua attenzione in modo particolare. Proveniva da un numero non presente in rubrica e diceva:

Osserva l’ombra del coniglio sulla parete alla tua destra. Ascolta il suono del sax. Lo senti? È da lì che giungerà Amore.

Thomas fissò incredulo lo schermo del proprio telefono per una manciata di minuti. Poi ci rifletté su e finì per convincersi che doveva trattarsi dello scherzo di qualche amico idiota, magari di Tobia: sì, Tobia era dotato di quel genere di umorismo inquietante che non piace quasi a nessuno. Era certo della propria conclusione, tanto che pensò di chiamarlo e organizzare sul momento un contro-scherzo per vendicarsi, ma il display annunciò che era venuto il suo turno.
Giunto allo sportello che gli era stato assegnato, Thomas presentò la ricevuta di giacenza e l’operatore, un uomo sulla sessantina, grasso e baffuto, gli chiese di attendere mentre si recava in magazzino a prendere il pacco. Dietro di lui scalpitava una decina di clienti che non vedevano l’ora di evadere dall’ufficio, e si battevano platealmente le mani sui fianchi per manifestare la loro impazienza. Nell’attesa, Thomas cominciò a guardarsi intorno: registrò con lo sguardo gli occhi bovini dell’operatrice dello sportello accanto al suo. Alle sue spalle, sulla destra, c’era una piccola postazione che esponeva libri per bambini in vendita; a sinistra, un reparto di telefonia mobile che aveva attirato una manciata di appassionati. L’edificio era invaso dalla luce estiva. Negli angoli più remoti, sotto le finestre e tra i pochi coni d’ombra a disposizione, sostavano coppie di anziani che non riuscivano a tollerare la calura della sala, nonostante i condizionatori lavorassero a pieno regime.
Distrattamente, Thomas si voltò verso la parete bianca alla sua destra e trasalì. Un fascio d’ombra, di cui non poteva vedere la provenienza perché il muro faceva angolo con lo sportello, si muoveva in maniera piuttosto sensuale a formare la sagoma di un coniglio. Un paio di mani affusolate avevano ricreato in maniera quasi perfetta la fisionomia dell’animale di profilo, con tanto di occhio e orecchie. L’ombra si stagliava nitidamente contro il biancore del muro. Le mani vivaci si divertivano a muovere le orecchie del coniglietto, facendo ruotare gli indici. Ogni tanto la massa delle dita si deformava per creare uno spazio in corrispondenza della bocca, lasciando che il musetto si aprisse e simulandone quindi i movimenti. Accanto a quel perfetto gioco di ombre cinesi, i clienti dell’ufficio postale continuavano a vivere imperterriti la loro vita senza accorgersi di quanto gli stesse accadendo sotto il naso. Thomas galleggiava a metà tra il divertito e lo sconvolto, ripensando al messaggio che aveva ricevuto una ventina di minuti prima.
C’era qualcuno che lo stava osservando, allora? Si guardò intorno, ma nessuno pareva interessato alla sua esistenza. C’erano un sacco di teste parlanti e altrettanti crani chini sui display retroilluminati dei propri telefoni. L’ombra cinese pareva volesse offrirgli uno spettacolo privato ed esclusivo.
A un certo punto la massa che componeva il muso del coniglio si disfece, mostrando un groviglio di dita. Un indice si mosse avanti e indietro, come per invitarlo a oltrepassare l’angolo del muro e a raggiungere qualcosa; e Thomas continuava a chiedersi, con una punta di incredulità, se tutto ciò fosse il malsano frutto di un colpo di sole oppure stesse accadendo per davvero.
Sprofondato in riflessioni simili e nell’attesa che l’impiegato grassoccio tornasse allo sportello, qualcos’altro intervenne a spezzare definitivamente il suo equilibrio mentale: dapprima una specie di sibilo, come se fosse il ronzio di un frigorifero rotto o di una zanzara gonfia di sangue, poi un suono lento, delicato, di intensità crescente, proveniente dallo stesso punto che aveva proiettato l’ombra ora scomparsa. Era la melodia di un sassofono. Tanto per autoconvincersi di essere impazzito del tutto, a Thomas sembrò addirittura di riconoscere le prime note di My little brown book di John Coltrane, nell’indimenticabile esecuzione del 1963 accompagnata dal piano di Duke Ellington. Possibile che nessun altro dei presenti all’interno dell’edificio se ne fosse accorto? Ovunque guardasse era un tripudio di facce nascoste dai bagliori dei telefoni. Eppure il suono cresceva sempre più, diventava forte e dolce e invitante, una ninna nanna che obnubilava i sensi e faceva vibrare il cuore. Thomas ripensò ancora una volta al testo del misterioso messaggio che aveva ricevuto poco fa: “Lo senti? È da lì che giungerà Amore”.
Divorato dalla curiosità, decise di andare a scoprire l’origine di tanto mistero. Gettò un’ultima occhiata alla postazione di lavoro che l’impiegato aveva lasciato vuota, guardò alle sue spalle per verificare il grado d’insoddisfazione dei clienti in attesa, ma si rese conto che nessuno prestava più attenzione al mondo reale: stavano tutti là, immobili e prigionieri dei propri cellulari, rassegnati ad aspettare il proprio turno.
Thomas s’incamminò verso la svolta ad angolo retto che precludeva alla vista una parte dell’edificio. Continuava a percepire distintamente il sassofono. Le mani in tasca e il cuore sovraccarico di sensazioni, oltrepassò la fila di sportelli e girò a sinistra.
Sul suo viso s’impresse la più sincera espressione di sorpresa quando realizzò che, là dove aveva sempre visto la successiva schiera di postazioni aperte al pubblico, regolarmente disposte lungo un corridoio non troppo largo, non era rimasto che quest’ultimo: un camminamento di piastrelle scintillanti in fondo al quale si trovava una porta tagliafuoco sormontata da una scritta al neon. L’insegna, a caratteri cubitali, sfrigolava come quelle dei bar nei peggiori film hard boiled, e diceva semplicemente: entrata. La musica proveniva da lì, inequivocabilmente. Qualcuno, oltre la soglia, stava suonando a ripetizione le prime note di un altro pezzo di John Coltrane, Big Nick. Sembrava divertirsi un mondo.
Thomas frequentava abitualmente l’ufficio postale, sapeva bene che quella porta non c’era mai stata. Non si capacitava di quando potesse essere avvenuto un cambiamento così radicale. La musica proseguiva il suo ritornello ossessivo, e ciò era più che sufficiente per stimolare la sua impaurita curiosità e accogliere l’esplicito invito dell’insegna. Ormai il suo pacco, la ragione per cui si trovava là, non gli interessava quasi più, e la cosa era del tutto irrazionale; ma in fondo gli sembrava di essere sprofondato in una dimensione di totale nonsense da almeno mezz’ora, subito dopo il fatidico messaggio. Seguire l’ombra del coniglio, ascoltare il suono del sax, perché da lì giungerà Amore. Non era certo una cosa che poteva aver architettato quel pazzo di Tobia. Qualunque cosa avesse incontrato dietro la porta, di sicuro sarebbe stato un buon colpo da sparare in occasione di qualche appuntamento con una ragazza.
Ebbe l’istinto di bussare. Picchiò sul vetro opaco, oltre il quale tutto pareva avvolto in un’impenetrabile oscurità. Un contrasto bizzarro e sottilmente angosciante con il bianco di pareti e pavimento. Attese qualche istante, protendendo l’orecchio per captare qualche suono di passi, ma, tra la melodia del sassofono e il variegato chiacchiericcio di gente in attesa e impiegati postali, non si riusciva a distinguere nient’altro. Pensò che non sarebbe servito a nulla annunciarsi, l’unica cosa da fare era spingere la porta e presentarsi al cospetto del misterioso musicista. Raccolse tutta la propria spavalderia ed entrò, senza stare troppo a rimuginarci sopra.
Fu accolto da una coltre nera. Non appena la porta fece clac e si chiuse alle sue spalle, il sax smise di suonare. Thomas non riusciva a vedere assolutamente nulla. Fece un paio di passi tentando di abituarsi alle tenebre, e i suoi piedi affondarono in una morbida moquette. Fu sorpreso dal piacevole rumore generatosi dallo sfregamento delle suole contro il pavimento. La stanza era sprofondata in un silenzio astratto, surreale e ovattato: nessun suono di voci e nessun bip di tabellone elettronico avevano, evidentemente, il permesso di violare l’intimità di quel luogo.
All’improvviso, un coro di luci soffuse illuminò quello che si presentava come un grande salone senza finestre, ricoperto da pesanti tendaggi color verde spento. La moquette grigia s’interrompeva poco oltre una coppia di poltrone di pelle disposte attorno a un vecchio televisore a valvole, uno scatolone tirato a lucido e dalle finiture in legno che stava proiettando – per nessuno – un incontro di boxe muto. Accanto a una delle sedute faceva bella mostra di sé un vaso di orchidee bianche, che non sembravano particolarmente risentite dalla totale mancanza di luce naturale di cui il salone soffriva.
Subito dopo si estendeva a perdita d’occhio un pavimento fatto di piastrelle nere e bianche, disposte a formare una regolare trama a scacchi. Non c’erano porte né finestre. L’unico altro oggetto d’arredo oltre al vecchio televisore era un bancone di legno pregiato, sul quale erano poggiati un campanello e una lampada da tavolo accesa. Dietro la scrivania, addossata all’unica porzione di parete che le tende lasciavano scoperta, si trovava una regolare fila di ganci in ottone antico su cui erano appesi svariati cappelli a falde larghe. Si sarebbe detta una sorta di reception. “Madonna santa”, pensò Thomas, “qui sono rimasti agli anni ‘50”. Pochi metri oltre il bancone, tutto sprofondava gradatamente nel buio, dilatando a dismisura gli spazi della sala.
Un vecchio sedeva composto dietro la postazione. La sua faccia ossuta e rugosa era investita dal getto verdastro della lampada. Sopra la camicia bianca portava un gilet dello stesso colore delle tende, sul quale era ricamata in oro la sagoma di un sassofono. Sembrò accorgersi della presenza di Thomas solo quando quest’ultimo si avvicinò alla reception: sollevò il viso con fatica, come se portasse un peso attaccato sotto il mento incartapecorito, e piantò su di lui un paio di occhi azzurro cielo, bellissimi, due luci vivide che testimoniavano una giovinezza appassionata e dissoluta.
Lo guardò, lasciando che un sorriso giallognolo gli sbocciasse pian piano sulla faccia.
Thomas Sfrucugli, immagino – disse, tendendogli la mano.
Mi conosce? – farfugliò imbarazzato Thomas mentre rispondeva al saluto con un cenno della testa.
Naturalmente – rispose il vecchio senza scucirsi di dosso quel suo vischioso sorriso. – Signor Sfrucugli, vuole essere così gentile da firmare qui –, aggiunse mostrandogli un pezzo di carta e indicando, sotto un corpo del testo estremamente fitto e battuto a macchina, un piccolo spazio bianco delimitato da una linea tratteggiata, – e poi salire al terzo piano? Il signor Butterfly la sta aspettando.

Continua.

Ivan Bececco

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