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Cecità

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Scritto da Maria

Cecità Saramago recensione

Le recensioni di Connessioni Letterarie

Un automobilista fermo al semaforo si accorge di essere cieco, di una cecità particolare e di cui non sa dare spiegazione: l’uomo vede tutto bianco. Un ladro di automobili approfitta del malessere di questo cieco per derubarlo della sua vettura, offrendosi di riaccompagnarlo a casa. Di ritorno, l’automobilista racconta alla moglie quanto gli è accaduto. I due si recano allora da un medico specialista, dove trovano un vecchio con una benda nera su un occhio, un ragazzino che sembrava strabico, accompagnato da una donna e una ragazza dagli occhiali scuri. Tutti loro hanno lo stesso tipo di cecità. Un mare di latte impedisce loro la vista. Anche il medico, che in un primo momento non sa dare spiegazioni scientifiche e che passa una notte insonne nel tentativo di comprendere questo nuovo male, viene contagiato di lì a poche ore.

Non c’è cura né rimedio. In breve tempo tutta la città, una città che l’autore non precisa mai, quasi non fosse un luogo geografico, viene infettata.

Questo incipit di Cecità è vicenda di uomini. Il prosieguo invece è storia di anime, di anime alla deriva, di anime che vogliono salvarsi, di anime disposte a tutto pur di vivere un giorno in più.

Tutti i malati, il cui numero aumenta esponenzialmente, vengono messi in quarantena in un manicomio, isolati, controllati, finché non rimane più nessuno a vedere, eccetto una donna, la moglie del medico che sembra essere immune da questa terribile malattia, ma che, per rimanere vicina al marito, che teme di non rivedere, finge di essere cieca a sua volta, per farsi internare con lui. Una donna che, nonostante divenga metafora del bene in mezzo al male, in quanto fa dono e sacrificio di sé per la salvezza degli altri, non sa comunque rimanere lontana dalla violenza in una realtà dove vince l’hobbesiana legge del più forte, legge a causa della quale anche il bene si ridimensiona.

L’epidemia svela nel corso del testo quella che è la parte più terribilmente autentica della natura umana: nel manicomio prima e nella città poi il mondo appare rovesciato. Si instaura una dittatura di pochi esercitata con la violenza perpetrata sui molti. Spariscono i legami di sangue, spariscono i segni dell’amore, l’unica legge a guidare gli impulsi dei ciechi è quella dell’istinto primordiale alla sopravvivenza. Uccidere, affamare, minacciare, aggredire, stuprare diventano crimini che non spaventano, perché, dice uno dei protagonisti, “è di  questa pasta che siamo fatti, metà di indifferenza e metà di cattiveria”.

La cecità di Saramago allora è tutto tranne un fenomeno scientifico; è, piuttosto, uno stato dell’essere.

Non è dunque la cecità a trasformare i cittadini in bestie, perché

 il buio non morde né ferisce.

Questa malattia senza luogo (la vicenda potrebbe verificarsi in una qualsiasi tra le città della Terra, ma soprattutto nello spazio indeterminato della coscienza), senza tempo (come se la vicenda si fosse compiuta, stesse per compiersi e potesse compiersi in ogni epoca), senza visi e nomi (perché in ogni personaggio c’è la nostra parte buia) ha le sue radici nell’uomo, nella sua mancanza di solidarietà, nell’incapacità di fare e pensare al bene, nel desiderio del male che ci rende tutti ciechi, pure quando vediamo.

Anche la pioggia finale che scenderà a lavare i corpi dei ciechi, a restituire la dignità che le lordure dell’animo avevano cancellato sembra più un provvidenziale dono proveniente dall’alto che una conquista degli uomini: un ritorno all’ordine senza un’avvenuta maturazione, un ordine che il lettore, insieme ai protagonisti non sa capire. Rimane la profonda sensazione che si alternino cecità diverse, che anzi la cecità sia l’unico modo per vederci, per vedere come siamo fatti.

Col suo solito stile, con l’irruenza di una prosa che trasforma i dialoghi in un flusso di pensieri, il premio nobel per la letteratura portoghese, Josè Saramago, ci restituisce il ritratto del nostro mondo: cieco di fronte al male, quello che viene da dentro, dalla nostra natura animale, quello che viene da fuori e che ci abbrutisce. Un invito a guardare il nostro tempo e le sue contraddizioni, a fare i conti col buio che ci attanaglia e che ci rende tutti uguali, buoni e cattivi. Tutti uguali perché ugualmente ciechi. Tutti uguali perché la nostra cecità toglie speranza al mondo.

La cecità è anche questo, vivere in un mondo dove non ci sia più speranza.

Titolo: Cecità
Autore: Josè Saramago
Anno: 2010
Editore: Feltrinelli
ISBN: 9788807721823

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  Maria Mancusi

  • Mariangela Menghini

    Questo romanzo fuori dal tempo ha un esordio da thriller metropolitano. La misteriosa cecità nel traffico, che diventa un contagio a catena, si trasforma invece in uno scandaglio delle più profonde e torbide dinamiche della vita sociale organizzata. Isolare i contagiati, abbandonarli al proprio destino e poi osservarli abbrutiti nella lotta di sopravvivenza, con gli unici occhi rimasti a vedere ci scaraventa in una detenzione, un forzato concentramento in cui mano a mano si invertono i rapporti tra tra dentro e fuori. Nessuno scampa, la sorte è comune. L’altruismo regredisce, lo scontro si scatena per gli appetiti e le pulsioni di base, nel buio si è costretti a infangarsi dei propri escrementi. La vita sociale e le regole su cui poggia non è scontata né solida, non era l’unica possibile (sia in meglio che in peggio). Il bagno finale può solo chiudere un romanzo, ma non la partita. Una bel romanzo, che rende la letteratura scomoda e così necessaria e viva.

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