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Capitolo I – Guido De Eccher

Scritto da Tonia

Era uscita quella mattina, come faceva da dieci anni. Aveva imboccato la strada che portava alla stazione, percorso i primi metri: sentiva i suoi passi procedere lentamente, quasi i piedi si incollassero all’asfalto. Nebbia e buio pesavano sulla sua pelle e solo il tintinnio del portachiavi che batteva sull’anello al suo anulare destro le ricordava dove stava andando e per quale motivo. Non poteva sopportare che i suoi occhi scivolassero via, liquefacendosi nell’inconsistenza delle parole non dette, che le sue mani abbandonassero ogni cosa fosse stata loro. Bagnata, rimaneva immobile sul binario, mentre sfrecciava il treno su cui non era salita.

Non era diretta a Milano, come tutti gli altri giorni. Era uscita di casa con la ferma intenzione di salire sul treno che l’avrebbe portata nella direzione opposta, verso una seconda vita che aveva progettato nei minimi particolari. E ora…ora non aveva più il coraggio e la determinazione che fino a pochi minuti prima le erano parsi incrollabili. Che cos’era cambiato, durante quel breve tragitto?
Anna se lo chiedeva, immobile sulla banchina deserta della stazione, mentre la nebbia fitta le infradiciava i capelli e il piumino troppo leggero.
Il treno per Bologna era ormai lontano, il prossimo sarebbe passato solo tra due ore. L’aveva perso per pochi secondi, per via di quel suo passo incerto, lento, che scandiva il tormento interiore.

Tra venti minuti sarebbe arrivato il suo solito locale, quello che ogni mattina la portava alla stazione centrale di Milano. Di lì prendeva l’autobus per raggiungere la scuola dove lavorava da dieci anni come assistente amministrativa.
Pensava a Samuel, a quello che la legava a lui, alla sua assurda ostinazione di diventare uno scrittore di successo. Aveva ormai trentatré anni e non aveva mai avuto un vero lavoro in vita sua. Da cinque lo manteneva con il suo stipendio, gli dava i soldi per spedire i suoi manoscritti agli editori e ai premi letterari. In quel modo se ne andava una parte non trascurabile del suo stipendio non certo principesco. Fortuna che aveva ereditato da una zia quel buco di appartamento dove abitavano da un paio d’anni…

Non ce la faceva più. Lo aveva implorato innumerevoli volte di mettere a frutto la sua laurea in scienze biologiche (anche quella era un’assurdità: perché mai con quel genere di studi alle spalle si era dato alla scrittura?). Perché non aveva mai fatto domanda di supplenza nelle scuole? Gliel’avrebbe compilata lei stessa, se solo gliel’avesse permesso. Perché non aveva provato a cercare un lavoro presso qualche impresa privata? Niente, Samuel non poteva considerare se stesso che come scrittore. Erano anni che imbrattava fogli su fogli, seduto otto ore al giorno alla scrivania.

Qualche settimana prima, dopo che due editori gli avevano risposto, per comunicargli che il suo romanzo non rientrava nella loro linea editoriale ma che non doveva demordere, Anna l’aveva affrontato e gli aveva fatto un discorso chiaro, duro: “Perché non leggi, invece di scrivere soltanto? Perché diavolo pensi di avere qualcosa da dire, se non ti curi di quello che altri hanno scritto prima di te, che altri scrivono adesso, mentre te ne stai chiuso nel tuo studio… perché non provi a cercarti un lavoro, magari a part time, in attesa che qualcuno si decida a pubblicarti qualcosa?”
Lui aveva reagito a quelle parole come mai aveva fatto fino a quel momento. Era esploso in una rabbia cieca e distruttiva, aveva rovesciato il tavolo della cucina con tutte le stoviglie e i piatti pronti per la cena. Si era alzato e l’aveva schiaffeggiata con una violenza che sapeva di non meritare e che l’aveva lasciata senza fiato.

Samuel era corso a chiudersi nello studio. Anna, dopo essersi asciugata le lacrime, aveva raccolto con pazienza i cocci sparsi sul pavimento e poi era uscita sbattendo la porta. Aveva camminato senza una meta  per due ore e quando era ritornata, la sua decisione era presa: se ne sarebbe andata, gli avrebbe lasciato anche l’appartamento. Che si arrangiasse! Basta anche con la scuola, con quel lavoro che non aveva mai amato.
Lei, una soluzione alternativa, ce l’aveva!

Si sedette sulla panchina addossata al muro della stazione. Accanto a lei, la borsa con le poche cose che si era portata per il viaggio. Faceva freddo, era ancora buio, la luce dei lampioni si spandeva fioca, velata dalla nebbia fitta. Eppure non si decideva. Era straziata da due impulsi contrapposti. La soluzione che aveva costruito per assicurarsi una seconda vita la attirava ancora, era lì, a portata di mano, bastava che salisse sul prossimo treno per Bologna. Un salto nel buio, certo, ma quello che la aspettava era più concreto della sua esistenza accanto a Samuel, era cento volte più allettante della sequenza interminabile di giorni tutti eguali, una sorta di lunga scala in discesa verso un futuro più buio del cielo di gennaio in quella gelida mattina.
Eppure le costava staccarsi da tutto quello che era stata la sua vita, da cinque anni a questa parte, senza una spiegazione con Samuel, senza tentare nemmeno di infrangere il muro di silenzio che si era levato tra loro.

Dopo quella scenata, dopo la bruciante violenza della mano di Samuel che calava con forza sul suo viso, non si erano quasi più parlati. Lui aveva fatto l’offeso, si era chiuso più del solito nella sua prigione di parole e di carta. Lei aveva continuato a uscire di casa all’alba per raggiungere il lavoro che consumava da dieci anni le sue giornate; era ritornata come al solito verso le sedici; alle diciotto e trenta il martedì e il giovedì, quando aveva il rientro pomeridiano. Qualche volta al ritorno non l’aveva trovato a casa. Questa era una novità, ma non gli aveva chiesto spiegazioni. Aveva perfino immaginato che uscisse per cercare lavoro. Magari aveva messo qualche inserzione e andava a degli appuntamenti. Chissà. Non ci voleva pensare.
Per una serie di contrattempi, un pomeriggio della settimana precedente, era un lunedì, uscita dall’ufficio, aveva perso il treno delle quattordici e cinquantacinque e, dovendo aspettare il successivo, era andata al bar della stazione, dove aveva ordinato un toast e una birra. Si era seduta a un tavolino e si era messa a mangiare mentre scorreva distrattamente il quotidiano che aveva comprato per ingannare il tempo. Era tornata al banco e aveva ordinato un caffè. Alla cassa si era accorta che un tale la osservava. Non era un fatto insolito per Anna. Sapeva di attirare gli sguardi degli uomini. Perciò, dopo aver incrociato gli occhi di quell’uomo per un attimo, aveva estratto il portafoglio dalla borsetta e aveva pagato. Poi si era diretta di nuovo al tavolino.

L’uomo non aveva smesso di tenerla d’occhio. Era un tipo che poteva esser definito “belloccio”: sui quaranta, piuttosto alto, un poco soprappeso, un volto latino con grandi occhi scuri, barba di un paio di giorni, capelli un po’ lunghi sulla nuca, mossi e lucenti di brillantina; jeans stretti e stinti, stivaletti, giacca di pelle lunga.
Anna gli aveva lanciato una seconda occhiata. Anche stavolta non indugiò su di lui. Ma era bastato perché si sentisse autorizzato a un approccio.
Si era avvicinato con un  gran sorriso. In tempi normali Anna non gli avrebbe dato retta. Quel giorno, invece, lo guardò negli occhi e attese quello che l’uomo avrebbe detto.
“Salvatore Caccamo” disse, come se il suo nome dovesse significare qualcosa per lei. “Agente pubblicitario”.
Anna non aveva ribattuto.
L’uomo aveva proseguito: “Mi occupo anche di volti nuovi da proporre per il cinema o per la televisione”.
Anna era rimasta ancora in silenzio.
“L’ho notata subito” aveva proseguito l’uomo. “Lei ha un viso molto espressivo”.
“Ha trovato un modo insolito per rimorchiare, non c’è che dire” aveva commentato lei. “E poi ho passato i trenta. Dovrebbe cercare ragazze più giovani…”
L’uomo non si era fatto smontare.
“Permette che mi sieda un attimo?” disse.
Senza aspettare altro, si era piazzato davanti a lei.
“Vede, le ragazze giovani possono andar bene per molte occasioni, ma lei ha un viso davvero interessante. Avrei un ruolo da proporle che le sta ha pennello”.
“Via, non ho mai recitato in vita mia!” protestò Anna.
Intanto però si era ricordata delle esperienze di teatro che aveva fatto ai tempi delle scuole superiori. Ricordava con piacere i corsi integrativi cui si era iscritta. Da qualche parte aveva ancora i CD degli spettacoli di fine corso. Ma erano passati tanti anni.
Il suo sguardo corse al grande specchio sul lato più stretto della sala. Si contemplò per un attimo come avrebbe potuto fare un estraneo: una bella ragazza, dal viso un po’ pallido, in cui spiccavano i grandi occhi neri sottolineati dall’ombreggiatura del trucco. I capelli di un nero corvino, lunghi sulle spalle, la maglia aderente che sottolineava la procacità del busto.
“Vorrei farle una proposta” le aveva detto il belloccio.
Anna si era sorpresa di se stessa mentre diceva: “Sentiamo”.
L’uomo aveva citato il nome di un famoso regista. Le disse che le riprese del film sarebbero iniziate entro un mese al massimo e che il cast era quasi al completo. Mancava solo la coprotagonista.
Anna era rimasta senza fiato.
“Con tutte le attrici brave che ci sono in circolazione…” disse, senza convinzione.
“Cerchiamo volti nuovi, facce vere, bellezze genuine… lei ha tutto questo”.
“Non so… non mi prenda in giro, per favore. Non è la giornata giusta”.
“Non la sto prendendo in giro. Comunque s’informi, ci pensi. Ecco il mio biglietto. Ma non aspetti troppo!”
Anna aveva preso il biglietto e l’aveva messo nella borsetta.
“Posso chiamarla, nel caso…”
“Certo. Anzi, la prego”.
Il belloccio si era alzato e le aveva porto una grande mano umidiccia. Anna l’aveva stretta senza entusiasmo.

Affrettandosi verso il treno in partenza, Anna si era chiesta se dovesse parlare a Samuel di quell’incontro. Aveva deciso che non l’avrebbe fatto. Era una cosa sua e, per quanto le sembrasse che la proposta fosse alquanto strampalata, voleva pensarci senza pressioni di alcun genere.
Il giorno dopo aveva ripescato il biglietto di quell’uomo. Forse valeva la pena di farci un pensierino.
Seduta sulla panchina della stazione, affollata ora dai pendolari di ogni mattina, Anna vide i fari del treno in arrivo fendere la nebbia che ancora non si diradava. Si alzò, lasciò che tutti salissero e attese che ripartisse senza di lei.
Si sedette ancora sulla panchina.

Aveva bisogno di riflettere. Era ancora in tempo per prendere il treno diretto a Bologna.
Dopo l’incontro con Salvatore Caccamo erano passati alcuni giorni. Samuel non era uscito dal suo cupo mutismo e lei si era sentita ancora più sola
Samuel continuava a non farsi trovare a casa quando lei tornava da Milano. Adesso accadeva tutti i giorni. Anna era sempre più determinata a non chiedergli dove andasse.
Aveva visto la prima volta Salvatore Caccamo di lunedì. Il mercoledì successivo lo incontrò di nuovo all’ingresso della stazione centrale. L’uomo le fece un gran sorriso.
“Che piacere rivederla!” esclamò. “Ha pensato alla mia proposta?”
Anna aveva fretta. Erano già le due e quarantacinque e non voleva perdere il treno. Lo salutò con un cenno del capo ma non si fermò.
“Aspetti. Le devo dire una cosa!”
Anna si volse e lasciò che l’uomo la raggiungesse.
“Se decidesse di accettare, le prometto di farle avere un anticipo”.
“Quanto?” replicò Anna.
Caccamo non si aspettava quella risposta e sorrise.
“Facciamo ventimila. Cosa ne dice?”
“Ci devo pensare” disse Anna, e fece per allontanarsi.
“Le devo dire un’altra cosa”.
“Mi farà perdere il treno” sbuffò Anna. Tuttavia si fermò.
“Senta, non potrebbe prendere quello dopo?” le chiese l’uomo.
“Dovrebbe essere qualcosa di veramente importante” rispose Anna.
“Qualcuno la aspetta a casa, un marito, dei figli?”
Anna scosse la testa. Non c’era nessuno ad aspettarla. Nemmeno Samuel, da un po’ di tempo.
“Venga, allora”.
L’uomo la prese sottobraccio e la guidò fuori dall’atrio della stazione. Attraversarono la strada ed entrarono in un bar.
Sedettero a un tavolino appartato.
Caccamo entrò subito in argomento: “Signorina, non mi ha ancora detto come si chiama. È importante che io sappia qualche cosa di lei. Non ho ancora parlato con il regista. Lo vedrò proprio stasera”.
“Mi chiamo Anna Barbero. Che cosa vuol sapere?”
Caccamo la fissò a lungo con i suoi occhioni languidi.
“Tutto. Voglio sapere tutto” disse infine.
Anna rimase un istante interdetta. Era un bel po’ che un uomo non la guardava così, a distanza ravvicinata. Gli disse di avere trentun anni, di essere laureata in scienze politiche, di aver cominciato a lavorare quando ancora studiava… esitò un momento prima di dire: “Convivo da cinque anni con Samuel, un ragazzo che vuole diventare scrittore”.
Caccamo accolse quella notizia con un lieve corrugare della fronte.
“Sicché è lei a far andare avanti la baracca”.
Anna rimase impassibile.
“Se si convincesse di poter ambire a una luminosa carriera di attrice!” disse l’uomo. “Sarò io a parlarle di lei” proseguì. “Ha una pelle così bianca… che magnifico contrasto con i suoi capelli neri! Un viso giovane ma insieme vissuto e una bocca bellissima. Davvero era molto che non vedevo una donna così interessante”.
Anna si sentì lusingata. Tuttavia la sua istintiva diffidenza le impediva di accettare i complimenti di quell’uomo.
“Non esageri. Lei che bazzica nelle stazioni…”
“Non solo, anche nei supermercati, nei bar affollati…” la interruppe lui.
“Lei che vede ogni giorno chissà quante ragazze” riprese Anna “a quante avrà detto queste cose?”
L’uomo sorrise.
“A tante, è vero. Ma non le stesse cose  che dico a lei, Anna. E poi non sono solo un talent-scout di donne. Io cerco anche soggetti maschili per i miei clienti”. Fece una pausa. “Si convinca che il mio è un lavoro serio”.
Poi era accaduto qualcosa di strano. Lui le aveva preso la mano. Lei, dopo una breve esitazione, non l’aveva ritratta e si era lasciata attraversare da un lungo brivido. Com’era diverso Salvatore da Samuel, sempre distante, sempre bisognoso di cure e di affetto. Ebbe netta l’impressione che toccasse a lei, stavolta, di ricevere qualcosa da un uomo.
Fu presa da un insolito struggimento. Qualcosa di dolce, di dimenticato e sepolto, si fece strada in lei. Che voglia di abbandonarsi a un uomo più grande, più sicuro… se solo fosse stato vero!
Salvatore parve intuire i suoi pensieri.
“Si lasci andare, Anna. Abbia fiducia. I tempi bui possono passare, se accetta il mio aiuto”.

Ora la banchina della stazione era di nuovo deserta. Il prossimo treno sarebbe stato, tra quasi un‘ora, quello per Bologna. Anna si alzò. Sentiva freddo e passeggiò su e giù per riscaldarsi un po’. Ancora non si decideva. Voleva dell’altro tempo per riflettere.
Il cielo cominciava a schiarirsi. Erano le sette e quaranta. Il suo solito treno era ormai arrivato a Milano. A quell’ora lei di solito era già sull’autobus. Doveva avvertire che non sarebbe andata al lavoro, quella mattina. In ogni caso non ci sarebbe andata, qualunque decisione prendesse.
Tornò alla panchina e si sedette. Si accese una sigaretta. Nella luce incerta il suo sguardo si fermò un attimo sull’anello che portava sempre all’anulare sinistro. Era stato l’unico regalo di Samuel, comprato all’inizio della loro convivenza con i soldi di un lavoro durato venti giorni. Niente di che, ma era un ricordo di tempi migliori. All’anulare destro, invece portava sempre un anello di sua madre.
La sigaretta la disgustò, in quell’aria fredda e umida. La gettò per terra e la spense con la punta della scarpa. Cercò una posizione più comoda sulla panca di cemento. Ripensò a quello che era accaduto quel mercoledì pomeriggio.
“Anna” le aveva detto Salvatore, senza lasciare la stretta sulla sua mano. “Facciamo due passi, vuole?”
Si era lasciata condurre da Salvatore senza sapere dove erano diretti. Lui la teneva sempre per mano.
Avevano camminato a lungo, finché si erano trovati davanti a una palazzina di via Fabio Filzi.
“Io abito qui” aveva detto Salvatore.
Lei lo aveva guardato con aria interrogativa.
“Vuoi salire?” aveva chiesto Salvatore.
L’aveva seguito su per le scale strette, in penombra.

Solo dopo essere entrata nel suo appartamento, al terzo piano, Anna aveva riflettuto su quel rapido passaggio dal lei al tu da parte di Salvatore. Aveva registrato quel fatto senza chiedersi un perché. Pareva che tutto accadesse come se lei non potesse opporsi in alcun modo. Come se tutto accadesse a un’altra.

L’appartamento era vecchiotto, ma ben arredato e confortevole. L’aveva fatta accomodare sul divano e le aveva chiesto se volesse venire con lui dal regista, quella sera.
“Potremmo cenare insieme e poi andremmo da lui. Se dici di sì, gli telefono subito”.
Solo a quel punto Anna si era riscossa.
“Stai correndo troppo” aveva detto a Salvatore. “Non ho ancora deciso. È un momento particolare della mia vita”.
“Però sei qui” aveva osservato lui. “Questo non vuol dir niente?”
“Forse sì. Ma ancora non so che direzione prendere”.
Si era seduto accanto a lei.
“Sei incerta per via di quello che sta con te?”
“Anche” aveva detto Anna. “Cinque anni non si cancellano così”.
Salvatore le aveva passato un braccio attorno alle spalle, l’aveva attratta a sé. Poi tutto era accaduto in fretta, senza che Anna quasi se ne rendesse conto. Alla fine era come riemersa da un sogno. Il risveglio però non era stato piacevole. Aveva allontanato il grande corpo di Salvatore, si era tirata su di scatto. Si era vista nello specchio sopra la credenza: una visione fuggevole dei suoi capelli scomposti, della sua pelle nivea, del suo lungo corpo nudo.
Sul viso un’espressione che non si era mai vista. Quasi non si riconosceva.
“Devo andare. È tardissimo” esclamò
“E per stasera?”
“Abbiamo corso troppo” disse seccamente. “Ci devo ancora pensare”.
Si era rivestita alla svelta ed era corsa alla stazione. Aveva preso per un pelo il treno delle sei meno cinque. Era arrivata a casa alle sette passate. Stavolta Samuel era a casa.
“Ho fatto un po’ di straordinario” gli aveva detto, diretta in camera. Lui, dallo studio, aveva brontolato: “Potevi anche telefonare”.
Non gli aveva risposto e si era spogliata in fretta. Voleva togliersi di dosso l’odore dell’altro e si fece la doccia. Poi si cambiò completamente.
Quando entrò in cucina, Samuel era intento ad armeggiare con le pentole.
“Prepari qualcosa tu?”
“Sono le sette e mezzo” rispose lui. “Faccio un po’ di minestra di verdure. Ci dev’essere del formaggio in frigo”.
Durante la cena, Samuel le disse, senza guardarla: “Ti sei accorta che da un po’ di tempo il pomeriggio non sono a casa?”
“Certo” ribatté Anna.
“Non ti sei chiesta perché?”
Anna si limitò a un’alzata di spalle.
“Ho trovato un lavoro a part time. Ho seguito il tuo consiglio”.
Anna lo guardò senza interesse. Una vocina, dentro di lei, diceva: “Troppo tardi”.
“Non è granché” proseguì Samuel. “Faccio il baby sitter”.
Anna soffocò una risata.
“Che c’è da ridere? Sono tre ore al giorno per cinque giorni”.
“Quanto la settimana?”
“Circa cento euro”.
“Stai scrivendo qualcosa in questo periodo?” gli aveva chiesto distrattamente.
“Sì. Mi pare che sia buono. Ci daresti un’occhiata quando l’avrò finito?”
“Va bene. È un romanzo?”
“Sì. Una storia di due che s’innamorano e poi si lasciano”.
“Originale…” disse Anna, reprimendo uno sbadiglio.
Samuel la guardò male.
“Aspetta a giudicare. Vedrai che è buono davvero, stavolta”.
Anna era andata a letto presto, quella sera. Mentre era distesa al buio, sola, in attesa del sonno (Samuel era nello studio), aveva preso la sua decisione.
Il giorno dopo, appena uscita dal lavoro, chiamò Salvatore e gli disse: “Vorrei vederti oggi”.
“Va bene tra un’ora?” aveva risposto lui.
“Okay. Ti aspetto davanti a scuola”.
Salvatore si era presentato a bordo di una grossa Mercedes nera. Appena Anna fu salita, l’auto scivolò via silenziosa.
“Dove mi porti?”
“Dove vuoi. Anche a casa mia” le aveva risposto Salvatore lanciandole un’occhiata maliziosa.
“Va bene. Però dobbiamo parlare”.
Salvatore annuì. Un quarto d’ora dopo erano davanti alla palazzina di via Fabio Filzi.
Quando furono su, Anna entrò subito in argomento.
“Parla con il regista. Sono disponibile per la parte. Ho bisogno dell’anticipo però. Vorrei trentamila euro. Ne ho bisogno perché voglio lasciare il lavoro per un anno. Poi si vedrà”.
Salvatore fece un fischio sommesso.
“Non ti avrei fatta così coraggiosa, così determinata. Credo che si possa combinare. Adesso lo chiamo”.
“Mi farà fare un provino?”
“Credo di sì. Ma da’ per sicura la parte”.
Il provino si tenne il giorno dopo, venerdì, a Milano, in un palazzo vicino al Parco Sempione. Davanti alla macchina da presa Anna rivelò una sicurezza che stupì, oltre che Salvatore, anche il famoso regista. Entrambi si congratularono con lei.
“E per la parte?” chiese Anna trepidante.
“È sua!” esclamò il regista.

Quello stesso giorno Anna tornò a casa con in tasca un assegno di trentamila euro.
Le riprese si sarebbero tenute a Bologna. L’inizio era fissato per il quindici di febbraio. Il lunedì successivo, Anna chiese un giorno di permesso. Voleva sistemarsi a Bologna per tutta la durata delle riprese e, soprattutto porre le basi di una nuova vita, lontana da Samuel.
Ci andò il giorno dopo. Trovò un midi arredato che le parve perfetto. Quando tornò al lavoro, chiese un congedo di un anno senza assegni. Sapeva che le sarebbe stato concesso senza difficoltà.
Tutto era pronto. Il giorno fatidico della partenza era il lunedì successivo.
Ad Anna sembrò che quella settimana non passasse mai. Finalmente arrivò il sabato. Quella mattina dormì più a lungo del solito.
Il primo pensiero, quando si svegliò, fu per la partenza imminente. Si alzò con addosso un vago malessere che ingigantì nel corso di quella mattinata. Lo attribuì al tempo grigio, nebbioso, al freddo che non la invogliava a uscire.
Samuel lavorava nello studio.
Si accinse ai soliti lavori domestici del fine settimana. Spolverò con cura i libri nella libreria del soggiorno, le foto nelle cornici. Il malessere si accrebbe quando posò gli occhi sulla foto che le aveva scattato Samuel poco dopo che si erano conosciuti. Erano passati meno di cinque anni, ma com’era cambiata! Salvatore avrebbe detto che adesso era molto più interessante, ma allora non aveva quei solchi ai lati della bocca. Allora aveva un sorriso aperto e fiducioso.
Ripensò a quando si erano conosciuti. Era stato alla festa di laurea di un amico. Aveva notato subito quel ragazzo alto e magro, dal viso intelligente e sensibile. Portava allora la barba e degli occhiali tondi che gli davano un’aria da intellettuale. Aveva trovato il modo per attaccare discorso con lui, che l’aveva attirata nel proprio mondo di “autore emergente”, come si definiva. Era stata colpita dalla sua cultura: Samuel sapeva fare innumerevoli citazioni letterarie e conosceva bene tutti i nuovi autori e le ultime tendenze. Le parve che lui potesse compensare tutto quello che lei non aveva potuto fare, per tante ragioni: si era diplomata in un istituto professionale come segretaria d’azienda e poi si era iscritta a scienze politiche. Aveva cominciato a lavorare poco dopo i vent’anni. Le piaceva leggere, ma non vi si poteva dedicare quanto avrebbe voluto: prima di tutto a causa del suo lavoro. E poi perché nel tempo che le rimaneva doveva studiare. Cominciarono a frequentarsi. Fu in quel periodo che Samuel vinse il suo secondo concorso letterario. Nel tempo libero dalla scrittura correggeva bozze per una piccola casa editrice.
Lui aveva ventotto anni, lei ventisei. Due mesi dopo essersi conosciuti decisero di mettersi insieme.
I primi tempi erano stati felici. Samuel pareva avviato a una rapida carriera di scrittore: dopo esser arrivato primo in due concorsi letterari, si era classificato tra i finalisti in altri due o tre. Era stata lei stessa a incoraggiarlo a percorrere una strada che sembrava doverlo portare a un sicuro successo.

All’inizio il pensiero della loro situazione precaria li sfiorava appena. Vivevano proiettati in un futuro che pareva a portata di mano: l’immancabile successo letterario di Samuel, una casa di proprietà dove crescere i bambini che sicuramente avrebbero avuto. E magari anche Anna avrebbe potuto trovare un lavoro migliore.
Poi qualcosa parve incepparsi. A quei primi successi non ne erano seguiti altri. Samuel non aveva trovato nessuno disposto a pubblicargli qualcosa senza un contributo di diverse migliaia di euro. Aveva smesso di cercare anche i lavori saltuari e si era buttato nella scrittura con una pervicacia che aveva finito per creargli il vuoto intorno. Il loro rapporto si era via via raffreddato anche a causa delle difficoltà quotidiane: ristrettezze economiche e mancanza di prospettive concrete. L’eredità inaspettata dell’appartamento sembrò loro un raggio di sole in una giornata grigia, ma quella luce si era spenta presto.
Anna passò a riordinare la stanza da letto. Nel comodino teneva le cose più care: qualche gioiello di famiglia, tra cui l’anello che portava sempre, vecchie lettere, fotografie della sua infanzia, dei genitori, entrambi scomparsi. Quando ebbe tra le mani una foto di sua madre, ritratta da ragazza in una posa romantica nel vano di una finestra, con sullo sfondo un paesaggio marino, non seppe trattenere le lacrime. Pensò con nostalgia a quell’età dell’oro, quando tutto era bello e puro. Adesso invece tutto era brutto e sporco.
Il pensiero corse a Salvatore e a come si erano messe le cose con lui. Ebbe il subitaneo impulso di mandare tutto al diavolo, lui, la parte e la seconda vita che l’aspettava a Bologna.
Poi si fece forza. Samuel venne a dirle che sarebbe uscito a prendere il giornale e a fare due passi. Lei approfittò del momento buono, accese il computer e prenotò on-line il biglietto per Bologna.
Trascorse il resto della giornata a trafficare con le sue cose. Si sorprese a pensare che era da esse che le costava di più staccarsi, piuttosto che da Samuel.
La domenica fu ancora più triste. Samuel le chiese più volte che cosa avesse, ma lei non volle dare spiegazioni.
Dopopranzo disse di sentirsi stanca e andò a coricarsi. Lui la raggiunse poco dopo e volle a tutti i costi fare l’amore. Anna non ricordava da tempo un amplesso tra loro così privo di voglia e di energia. Quando Samuel uscì dal suo corpo come di soppiatto, senza un atto di tenerezza, corse in bagno e pianse silenziosamente. Era finita, finita. Eppure la prospettiva che le si apriva adesso la spaventava.
Anna guardò l’ora sull’orologio della stazione: le otto e cinquanta. Era intirizzita. Il sole cominciava a farsi strada tra le brume di quel mattino. Il treno per Bologna sarebbe arrivato tra dodici minuti. Pensò che c’era il tempo per un caffè.
Si mise a tracolla la borsa con le poche cose che si era portata con sé ed entrò nell’atrio, dove c’era solo un distributore di bibite. Inserì la moneta e attese che il bicchiere fosse colmo. Il debole fischio della macchina la distrasse dai suoi pensieri. Mentre sorbiva il caffè bollente, l’altoparlante annunciò che il treno per Bologna viaggiava con dieci minuti di ritardo.
Anna sbuffò. Quell’attesa supplementare le fece ricordare che era lì già da più di due ore e che era infreddolita e stanca. Si guardò nello specchio dell’atrio: i capelli le pendevano mosci per l’umidità. Distolse lo sguardo. Le parve che fossero venute meno tutte le motivazioni che l’avevano spinta a quel viaggio verso un’altra vita. Si sentì stanca, stupida.
Uscì dalla stazione e s’incamminò rapida verso casa.
“Oggi non ce la faccio ma non è finita qui” si disse.
Durante il tragitto pensò a che cosa avrebbe raccontato a Samuel.

Guido De Eccher

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