Racconti d'autore

Nella mente di Butterfly (parte 3)

Scritto da Ivan Bececco

Parte I

Parte 2

Parte 3

Dopo che i suoi occhi avevano navigato più e più volte lungo il contenuto del documento da lui firmato, Thomas cominciò a ridere istericamente. Era caduto vittima di una messinscena geniale, non c’era alcun dubbio. Guardò a destra e a sinistra, in alto e perfino al di sotto della scrivania dove era seduto Butterfly, alla ricerca dell’obiettivo di una telecamera nascosta o magari di qualche suo amico sogghignante, intento a prendersi gioco di lui. – D’accordo –, disse all’improvviso, – avete fatto un lavoro splendido. Per quale emittente televisiva lavorate? Pensavo che le candid camera fossero passate di moda alla fine degli anni ’90. Mi stia a sentire, signor musicista, Butterfly o come diavolo si chiama: voglio andarmene da qui. Questo scherzo è durato fin troppo, e io sto cominciando a innervosirmi sul serio. Le farò la stessa domanda che ho rivolto al suo collega giù in portineria: potrebbe gentilmente indicarmi l’uscita da questo cazzo di posto?
Butterfly aveva osservato in silenzio il climax di disperazione nello sguardo di Thomas. – Sono lieto che quanto ha visto finora l’abbia impressionata. Le assicuro, amico mio, che non è uno scherzo. Del resto non mi sorprende la sua reazione: chiunque, al suo posto, dubiterebbe. Certo, sarei ben crudele a non concederle neppure il beneficio di una spiegazione, dato che, da questo momento in poi, lavorerà per me.
Il ragazzo deglutì e strinse i pugni. – Lei non può costringermi a fare nulla. Se crede di spaventarmi, beh, stavolta sarò io a rassicurarla: è del tutto fuori strada. In ogni caso ascolterò volentieri i suoi deliri. Prego, si accomodi. – Ostentava una spavalderia di cui i suoi nervi non erano in possesso, e Butterfly lo aveva intuito. La fronte perfettamente distesa, l’enigmatico musicista contemplò per qualche istante le sfere in movimento del pendolo di Newton e si aggiustò la cravatta.
– Conosce la Cina, signor Sfrucugli? Ci è mai stato?
– No – rispose Thomas seccamente – troppo smog per i miei gusti.
– Oh, sì, – conciliò Butterfly – una piaga difficile da estirpare laggiù. Mi tolga un’altra curiosità, vuole? A lei piacciono la letteratura, il cinema, la musica? Apprezza l’arte?
– Abbastanza. Non capisco dove vuole arrivare.
– Il problema è questo – disse Butterfly mentre si sistemava sulla sedia. – Viviamo in un secolo pieno di opportunità. Decisamente troppe, se vuol sapere come la penso. Da qualche tempo il progresso della cultura digitale ha permesso di racchiudere molte di queste opportunità all’interno di piccoli dispositivi: cellulari, orologi, computer che riescono a entrare in una borsa a tracolla. I giovani come lei accettano di buon grado tutto ciò, sono stati travolti dalla rivoluzione senza neppure avere il tempo di interrogarsi coscientemente sulle sue conseguenze negative. Chi, come me, ha invece trascorso più di metà della propria vita nell’epoca analogica, farà la fine della proverbiale rana bollita: cercherà di adattarsi fin quando la temperatura dell’acqua non sarà troppo calda, per poi trasformarsi in carne lessa.
Thomas era un fascio di muscoli pietrificati. Ascoltava e non fiatava, con la guardia alzata, cercando di intercettare il messaggio che si celava dietro quelle parole.
– Il risultato – proseguì Butterfly – è sotto gli occhi di tutti; anche lei lo avrà notato. Quelli della mia età (per la cronaca, ho cinquantasei anni) sono letteralmente folgorati. Un oggetto così piccolo come un telefono cellulare è riuscito a schiavizzarci tutti. All’improvviso, il mondo intero è divenuto accessibile, le sue fondamenta si sono trasformate in plastilina che pretendiamo di incastrare dentro i quattro angoli dei nostri schermi. Il flusso di notizie è una piena spaventosa e costante, ogni minuto è buono per accedere a qualche piattaforma di condivisione e cliccare, cercare, spiare, pubblicare foto ritoccate. In un tale marasma mentale, produrre arte è divenuto a dir poco impossibile.
Ci fu una pausa. La voce di Butterfly si smorzò di colpo, inghiottita nel vuoto. Risuonò nella stanza solo il ticchettio del pendolo di Newton, pronto a scandire il tempo con il suo ritmo costante. Le finestre sembravano trattenere a stento la coltre di tenebra che era scesa su quella parte di mondo di cui Thomas non conosceva ancora nulla.
– Ebbene sì, signor Sfrucugli, io sono uno di quei miseri che per vivere fanno arte. Potrà forse credere che sono un musicista, ma in realtà il sax è solo un divertissement. La scrittura è il mio mestiere. Sono un romanziere di modesta fama, conosciuto solo entro i confini del suo paese di origine, gli Stati Uniti. Sono nato e cresciuto ad Anaheim, una città della California, nell’abbraccio delle sue estati infinite e negli orizzonti edulcorati delle sue villette di periferia. Ho cominciato a scrivere libri quando avevo trent’anni anni, dopo che per tutta l’adolescenza avevo coltivato il sogno di diventare come Kerouac, Hemingway, Svevo e Zamjatin, i miei eroi, colpevoli, agli occhi dei miei stupidi amici, di non saper stringere una mazza da baseball ma solo una penna. La penna è troppo esile per picchiare, dicevano. Nonostante ciò, ho deciso di seguire la loro stessa strada e ho ottenuto un contratto editoriale che mi ha permesso di vivere decentemente fino ad oggi. Anche se dei miei eroi non ho ereditato i geni, ma solo una pallida ombra.
– Butterfly… – bofonchiò Thomas, come a cercare di portare in superficie un qualche pensiero. – Io non leggo molti libri, ma non mi pare di aver mai sentito parlare di un Butterfly scrittore.
– Butterfly non è il nome con cui sono conosciuto là fuori, nel Mondo Conscio, signor Sfrucugli – rispose il suo interlocutore in tono glaciale. – Così vengo chiamato all’interno dell’Hub.
– Cosa diavolo è il Mondo Conscio? – ebbe il coraggio di domandare Thomas. Le sue gambe avevano preso a tremare con violenza, come il motore in avaria di un’automobile.
– Il Mondo Conscio è, semplicemente, la realtà in cui viviamo.
– Non la sto seguendo.
– A suo tempo, mio caro, a suo tempo. Presumo, intanto, che abbia avuto modo di conoscere il signor Eohnn, giù nell’atrio. È il mio segretario personale nonché custode di questo edificio. Una persona molto garbata, avrà notato. Intanto posso anticiparle che “Mondo Conscio” è il modo in cui quaggiù ci si riferisce al mondo reale.
– E questo cosa vorrebbe dire? Che ora non ci troviamo nel mondo reale?
– Sì, da un certo punto di vista è proprio così.
– Lei è pazzo, un pazzo senza speranza. Adesso ne ho la certezza –. Questa rinnovata convinzione fece sentire Thomas improvvisamente sollevato.
Butterfly rise di gusto. – Beh – disse – di certo la penserei anch’io così. Ma mi stia a sentire, ne vale la pena: nel 1985, Earle Wallace e Johnatan Torvald, due giovani promesse dell’informatica fresche di laurea, imballano tutti i loro effetti personali e lasciano il dormitorio dell’università di San Francisco per tornare a casa loro a Spokane, nello stato di Washington. È un gradevole pomeriggio di luglio, nell’aria aleggia una vischiosa malinconia che bisogna stemperare con uno, due bicchierini. Loro storico luogo di ritrovo è il “Supermassive Blackhole”, un pittoresco locale che serve birra a buon mercato ed è il rifugio preferito dai nerd di tutta la città. Qui, i due ragazzi incontrano un medico specializzato in neurologia. Cominciano a chiacchierare del più e del meno, ragazze, cinema, fumetti, corroborati da generose quantità di birra. A un certo punto della serata, il tono della conversazione si fa decisamente più tecnico: il dottore, Alfred Stenway, ha studiato per anni il fenomeno dell’onironautica, ossia la capacità, propria di alcuni individui, di intraprendere esperienze sensoriali coscienti mentre sognano. È convinto che esistano principi attivi in grado di indurre la gente a sperimentare quel tipo di sensazioni, creando un vero e proprio spazio onirico con cui sia possibile interagire. Il progetto di Stenway, però, è assai più ambizioso: sviluppare una sorta di “mondo di sogno” a cui possano partecipare più persone nello stesso momento, relazionandosi tra loro e con l’ambiente circostante.
Sospeso tra un sottile sbalordimento e la granitica certezza di avere a che fare con uno psicopatico, Thomas non proferiva parola.
– Wallace e Torvald ci ridono su, pensano che il dottore sia nel pieno di una sbornia considerevole, gli suggeriscono di tornare a casa. Non che i due baldi giovani fossero messi meglio, dato che, non si sa bene come, alla fine si convincono che nelle parole di Stenway ci sia qualcosa di fattibile. O, perlomeno, di sperimentabile. Sa, signor Sfrucugli, erano gli anni Ottanta, la gente aveva voglia di scoprire fino a quale punto di perversione potesse spingersi l’ingegno umano, molto più di oggi. In ogni caso, qualche giorno dopo i tre protagonisti della nostra storia si ritrovano a casa di un quarto elemento, Mike Eschenwood, un giovane programmatore che lavora alla IBM nonché amico del suddetto Stenway. Cominciano a mettere nero su bianco le idee emerse durante il convivio a base di birra della volta scorsa, scremate dalle nebbie della sbornia. Nascono fogli pieni di schemi, tabelle, calcoli. Una certa febbre ha contagiato il gruppo, contro ogni logica di buonsenso nonché contro ogni possibile aspettativa: i tre informatici si mettono al lavoro e cominciano a sviluppare prototipi di dispositivi in grado di collegare i cervelli di eventuali, future cavie che decidessero di mettere la loro vita al servizio della scienza. Tre anni dopo, nel 1988, nascono i primi modelli sperimentali di “Dreamronment”: si tratta di veri e propri caschi dotati di elettrostimolatori e di un grossolano sistema refrigerante per mantenere costante la temperatura attorno agli emisferi cerebrali dei soggetti. Servono almeno quattro cavie per testare efficacemente le apparecchiature, quindi Eschenwood decide di pubblicare un annuncio sul giornale. Per aumentare la loro credibilità agli occhi del pubblico, e attirare così potenziali clienti, i quattro scienziati decidono di costituire un’azienda, la MindLab, specializzata (così scrivono nell’annuncio) nello sviluppo di apparecchiature mediche. Arrivano le prime candidature, il gruppo non vede l’ora di mettere mano su qualche testa per verificare la consistenza delle ricerche.
Tic, tac, tic, tac. Le sferette continuavano a urtarsi e a scambiarsi energia. Thomas sbatté le ciglia, e gli sembrò, per una frazione di secondo, di percepire un suono attenuato di carta stropicciata. Butterfly continuò a parlare senza attendere alcun tipo di reazione da parte del suo interlocutore. Sembrava inebriato dal suo stesso monologo. – Il 14 ottobre 1988, la neonata MindLab è pronta per testare il funzionamento dei Dreamronment. Cinque ragazzi, di età compresa fra i 21 e 29 anni, vengono fatti accomodare in una stanza ampia e luminosa dotata di poltrone allungabili. Poi vengono opportunamente sedati, per indurre loro il sonno. Dopo che i soggetti si sono addormentati, i ricercatori inseriscono i dispositivi sulle loro teste: sono collegati a un generatore e a un computer per tenere sotto controllo l’attività cerebrale dei pazienti. A questo punto il test ha inizio. In un primo momento tutto sembra procedere per il verso giusto, i Dreamronment comunicano tra loro e mantengono una temperatura costante. Il farmaco che è stato in precedenza somministrato ai pazienti non è nulla di innovativo: semplice valeriana, diluita con una blanda soluzione a base di oppio. Qualche minuto più tardi, i soggetti cominciano a manifestare qualche timida reazione, arrivando in seguito a scambiarsi veri e propri discorsi di senso compiuto. Si salutano, si chiedono “come stai?”, discutono del tempo, accennano piccoli sorrisi. Il loro linguaggio non è fluente, anzi, parlano in maniera piuttosto incerta; ciononostante, il risultato raggiunto dai quattro scienziati già alla prima fase di sperimentazione è sbalorditivo. I Dreamronment, una volta messi a punto, possono diventare incredibili macchine da soldi. Torvald, Eschenwood, Stenway e Wallace stanno per brindare al loro genio fuori dal comune, quand’ecco che qualcosa va storto. Irreparabilmente. Del fumo fuoriesce dal casco di una paziente, la quale comincia a essere investita da convulsioni violente e collassa al suolo nel giro di trenta secondi. Muore così, senza che nessuno abbia la possibilità materiale di intervenire. Le si è fritto il cervello, in pratica. Le macchine vengono spente all’istante, ma ormai il danno è fatto. Un destino di successi e acclamazioni da parte della comunità scientifica globale inquinato da una macchia oscura, improvvisa e indelebile.
Thomas ascoltava, in silenzio. Quando Butterfly terminò il suo monologo, si fermò per fare una pausa e permettere al suo interlocutore di metabolizzare un po’ dell’angoscia che gli graffiava la fronte. Si sistemò ancora una volta sulla sedia, come a voler distendere qualche ruga interiore, riprese la sua posizione abituale e proseguì.
– La notizia dell’incidente fa il giro dapprima dell’intera nazione, poi sfonda i quattro angoli del pianeta. Torvald, Wallace e Stenway vengono arrestati con l’accusa di omicidio volontario, nonostante i quattro ricercatori avessero preventivamente fatto firmare ai loro pazienti un documento per sollevare la MindLab da qualsiasi tipo di responsabilità. Tanto i Dreamronment quanto il perverso esperimento non avevano alcuna concreta finalità medico-scientifica, questo il verdetto della giuria. Le cavie erano state adescate con l’inganno; l’avvocato di una delle vittime, per così dire, aveva persino ventilato la possibilità di abusi sessuali, accusa che tuttavia non ha avuto alcun seguito. Eschenwood, l’ex programmatore, era riuscito a sottrarsi alle grinfie della legge e a far perdere immediatamente le proprie tracce.
– Figlii di puttana –, biascicò Thomas, passandosi una mano sulla fronte madida di sudore.
– La MindLab cessa di esistere, i tre ricercatori vengono condannati a vent’anni di galera. Hanno finito di scontare la pena nel 2008, dopodiché sono anche loro svaniti nell’oblio della memoria. Tutto finito, dunque? No, caro Sfrucugli, il bello comincia proprio adesso. Nel 1990, in Cina, più precisamente nella remota regione del Gansu, la MindLab riappare come per magia, nei panni di un centro di ricerca finanziato dal governo che sviluppa dispositivi bellici. Stesso identico nome, logo diverso, finalità diverse, almeno apparentemente. A nulla vale lo scandalo internazionale sollevato dalla stampa, le analogie con l’inquietante azienda che solo due anni prima aveva dimostrato al mondo quanto si potesse manipolare la mente umana per mezzo della tecnologia. La MindLab è tornata, il muro di Berlino è appena crollato e il governo di Pechino sembra volergli garantire appoggio politico e finanziamenti. Torvald, Stenway e Wallace cascano dal proverbiale pero, restano di sasso quando scoprono cos’è diventata la loro creatura, ma ogni possibile coinvolgimento del trio all’interno della vicenda è da escludere. Allora si comincia a fare il nome di Eschenwood, il fuggitivo, però l’identità di ogni singolo dipendente della MindLab asiatica viene resa pubblica per deliberata volontà del governo, e dell’ex programmatore non c’è il più piccolo indizio. Ancora oggi si cerca di capire che fine abbia fatto, ma nessuno ha mai saputo nulla. O magari qualcuno ha fatto finta di non sapere, se vuol conoscere la mia opinione.
Nel 1996, la MindLab asiatica annuncia che lo sviluppo degli Oniria, dispositivi che consentirebbero di vivere esperienze in realtà virtuale durante la fase del sonno, è giunto alla conclusione dopo quattro anni di duro lavoro. Si tratta di apparecchi in tutto e per tutto simili ai Dreamronment: all’inizio erano stati spacciati come macchine destinate all’uso militare, per consentire ai soldati cinesi di migliorare i propri riflessi mentre dormono attraverso simulazioni di guerra. Qualcuno, però, proprio come i quattro ragazzacci di cui sopra, non ci mette molto a fiutare il successo commerciale che questi dispositivi sembrano promettere: e così gli Oniria finiscono sul mercato, dopo che la MindLab ha speso milioni in pubblicità per convincere il pubblico che, numero uno, l’azienda cinese non hai mai avuto legami con quella statunitense; numero due, gli apparecchi messi in vendita sono il frutto di innumerevoli test dall’esito più che convincente. La gente se la beve… ah! Me la sono bevuta anche io, sa, perché proprio in quegli anni stavo attraversando una fase nera, la mia vena creativa di scrittore pareva essersi asciugata del tutto. Sindrome del foglio bianco. Trascorrevo ore e ore con la testa svuotata, a fissare un punto a caso della mia Olivetti e confidando in un accesso di ispirazione che però non arrivava mai. Mi capitò di leggere un articolo di giornale che parlava di queste macchine prodigiose, di come l’esperienza del “sogno interattivo” permettesse di vivere avventure iper-stimolanti. Lo scrittore citava una serie di testimonianze illustri, artisti e scrittori come me che facevano un largo uso degli Oniria e grazie a essi avevano potuto scoprire foreste vergini dentro il loro inconscio.
Thomas ascoltava, aspettando di capire dove il suo interlocutore sarebbe arrivato.
– Ebbene, caro, per farla breve, eccoci qua –, proseguì Butterfly, leccandosi ostentatamente le labbra. – Eccoci qua, io e lei. Forse a questo punto le saranno chiare un paio di cose in più: numero uno, ci troviamo all’interno di un gigantesco sogno chiamato Hub, come le dicevo prima. Mentre siamo qui a discorrere amabilmente, il mio corpo fisico si trova dall’altra parte del mondo, gettato a peso morto sopra un materasso in lattice, con un bell’elmetto sulla testa e sedato come un elefante iperteso. Numero due…
– Numero due –, sbottò Thomas alzandosi di scatto dalla testa e sbattendo come piombi le mani sulla scrivania, – che cazzo ci faccio qui? Le posso assicurare che io non ho mai sentito parlare né della MindLab, né di Oniria o Dream-qualcosa prima d’ora; quindi, o è completamente pazzo, o si sta divertendo un mondo a prendersi gioco della mia credibilità, nel qual caso le farei notare che mi sono rotto le palle di questo gioco che va avanti ormai da non so più quanto tempo! – Sbraitava come un folle, indirizzando piccole particelle di saliva in faccia a Butterfly che non smetteva di contemplarlo placidamente.
– Lei sta sognando, caro signor Thomas Sfrucugli, ecco perché si trova qui, – rispose ghignando lo scrittore.
Thomas trasalì.
– Anche lei sta sognando. Vede, nell’Hub si incontrano tutti coloro che fanno uso dei dispositivi chiamati Oniria, somministrandosi uno speciale farmaco auto-ipnotico chiamato “becessitoxinal”, sintetizzato dalla MindLab stessa. Ciascun utente dispone di una propria area di pertinenza, diciamo pure un rifugio personale, una casa virtuale dove abitare per l’intera durata degli effetti del farmaco. Durante il suo onirico errabondare, lei ha sconfinato nella mia proprietà privata: in quanto utente storico dell’azienda, la MindLab mi riconosce alcuni speciali privilegi tra cui la facoltà di trattenere i visitatori indesiderati e di disporre a mio piacimento del loro intero tempo di permanenza nell’Hub. Sa, una piccola clausola che non viene specificata agli utenti standard nel contratto di sottoscrizione… Che ne pensa, signor Sfrucugli? È tutto così mirabilmente perverso, non è vero? Non ha idea di quanti risvolti creativi ci possano essere. In tempi come questi in cui tutto è digitalizzato, dove non facciamo altro che essere schiavi di flussi di notizie dalla mattina alla sera mentre il pubblico esige emozioni sempre più forti, cosa potrebbe fare un povero, indifeso scrittore se non approfittare dell’immenso potenziale artistico della situazione…

La carne di Thomas divenne ghiaccio. Aveva ascoltato una storia del tutto priva di senso; tuttavia l’espressione implacabile di Butterfly gli faceva capire che doveva esserci un qualche fondo di verità. Stava davvero sognando? Era così che ci si sentiva mentre si provava l’esperienza di un sogno lucido? Una marea di pensieri tempestavano la sua cassa toracica. Il suo sguardo era sottomesso, come se la volta del soffitto fosse un peso micidiale buttato sopra le sue iridi. Un fischio perforò le sue orecchie, credette di svenire.

Continua

Ivan Bececco

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