Racconti d'autore

Nella mente di Butterfly (parte 5)

Scritto da Ivan Bececco

Parte 4

 

Il ragazzo biondo e smunto, che Thomas aveva conosciuto subito dopo aver incontrato lo scrittore nel suo studio, si incaricò di scortarlo fuori dall’edificio. Scesero al piano terra senza scambiarsi parola e attraversarono la reception in direzione opposta a quella che Thomas aveva percorso entrando nell’Hub. Voltò fugacemente la testa verso il bancone, per vedere se il vecchio portinaio fosse ancora là, ma la reception era vuota. Non si sentiva più nemmeno il vociare del televisore all’ingresso: di fatto, la stanza era priva di qualsiasi rumore, e il riverbero dei loro passi sul pavimento assomigliava al fragore convulso di una cascata.
Raggiunsero un’anonima porta di servizio che l’assistente di Butterfly aprì macchinalmente e, in modo altrettanto automatico, richiuse alle spalle di Thomas non appena quest’ultimo l’ebbe oltrepassata. Se n’era andato così, senza pronunciare neppure una sillaba.
Per la prima volta dopo ore trascorse al chiuso, Sfrucugli poté farsi un’idea concreta di cosa si trovasse all’esterno dell’edificio di Butterfly. L’Hub si presentava come una città in tutto e per tutto, ordinatamente assemblata e organizzata in file alternate di palazzi, centri commerciali, botteghe dai tetti bassi, tozze villette a schiera, plexiglas, vetro e neon. Un diorama metropolitano perfetto: se Thomas non avesse saputo di stare sognando, avrebbe tranquillamente potuto affermare di trovarsi in qualche anonima capitale mondiale. Le uniche due stranezze che conferivano a quel quadro un aspetto sinistro consistevano nella totale assenza di vita intorno a lui e nei colori del cielo notturno: la città era deserta, non c’erano neppure automobili parcheggiate ai lati della strada. Sembrava davvero di camminare all’interno di un plastico a grandezza naturale, una sorta di Berlino post-apocalittica annientata da qualche epidemia silenziosa, che aveva cancellato ogni forma di vita lasciando a trionfare gli agglomerati di materia inorganica, perfettamente puliti e in ordine. Sopra la tua testa, la volta celeste aveva un assurdo colore viola scuro alternato a strie nere, come se fosse l’atmosfera di un pianeta diverso dalla Terra. Thomas era sbalordito, confuso dalla contraddizione tra la verosimiglianza della città e i colori surreali di quell’orizzonte.
Si guardò intorno: di fronte alla porta laterale della casa di Butterfly sorgeva un parco, una striscia di erba e alberi che si estendeva per un paio di isolati, delimitata da una pesante recinzione in ferro battuto. Thomas ne fiancheggiò il perimetro continuando a camminare dritto, finché, accanto a un parcheggio multipiano spoglio e spettrale, non si trovò di fronte a un locale notturno piuttosto squallido dalla facciata malmessa, una specie di neo fatiscente che deturpava la perfezione apparente dell’arredo urbano. “The third gun”, lampeggiava l’insegna al neon blu. Il ragazzo cercò di mantenere i nervi saldi mentre si abbandonava a un’ultima, e poco rassicurante, contemplazione del cielo viola, prima di entrare a fare la conoscenza di Marcus.

La maniglia della porta a vetri fece clac sotto la sua mano, e Thomas entrò in quella che pareva una sorta di anticamera, a sinistra della quale si trovava un armadio che ospitava cappotti e altri indumenti pesanti. Era un ambiente angusto, rivestito di moquette grigio scuro e illuminato da una fredda lampadina che penzolava al centro della stanza. A destra c’era una porta nera grande il doppio della precedente: doveva essere quello l’ingresso vero e proprio del locale. Faceva piuttosto caldo.
Non appena fu sospinta anche la seconda porta, un violento fiotto di suoni investì le orecchie del ragazzo: musica elettronica convulsa e frammentaria, suoni strascicati che si alternavano a poderosi giri di sintetizzatore. I volumi erano altissimi. C’era un numero incalcolabile di gente, che appariva e scompariva sotto le luci intermittenti di enormi fari blu piazzati nei quattro angoli del “Third gun”. Braccia e gambe che si dimenavano al centro della stanza, disordinate e ubriache, alcune sotto l’effetto di droghe. Come una sorta di demiurgo ribelle, il dj somministrava loro musica da dietro l’impianto stereo e la sua gigantesca console. L’arredo della stanza era costituito da strutture tubolari d’acciaio che si sviluppavano verso l’alto. Accanto alla pista da ballo c’era il bancone del bar, dove si riversavano a intervalli regolari orde di persone in attesa di rifornirsi di alcol. Quattro o cinque ragazzi dall’espressione tesa si davano da fare con bottiglie e bicchieri, tentando di accontentare la clientela esigente. Al piano superiore, ai tavoli occupati si consumavano conversazioni che Thomas non era in grado di udire: c’erano ragazze sorridenti con la testa appoggiata alle spalle di uomini visibilmente ubriachi. Questi ultimi, ogni tanto, smettevano di parlare e depositavano vischiosi baci sulle loro labbra.
Spaesato, ipnotizzato dalle sequenze violente di luci e suoni, Thomas si disse che era meglio mettersi alla ricerca di Marcus, il gestore del locale, così come Butterfly gli aveva cordialmente suggerito. A dire il vero, cominciava a sentirsi trascinato in quella bolgia: immaginò che l’Hub, questo famigerato ambiente onirico, fosse costellato di locali simili al “Third gun” dove la gente poteva riversarsi e sguinzagliare il demone degli istinti più bassi. Assumendo il farmaco prescritto, gli utenti della MindLab si assicuravano qualche ora di divertimento lontano dalle limitazioni e dalle leggi del mondo reale – a patto di non mettere a repentaglio la propria vita, ovviamente. Non c’era da stupirsi che la città fosse deserta: Il cuore della selvaggia vita onirica pulsava in posti come quello, sovrastati da una musica assurda e impregnati di un costante odore di alcol e sudore.
Thomas si avvicinò al bancone del bar, e fu subito spintonato in avanti da tre o quattro uomini che avevano avuto la sua stessa idea. Cercò di attendere pazientemente il suo turno resistendo alla tentazione di girarsi e assestare loro un pugno in faccia, finché uno dei baristi non intercettò il suo sguardo e, con un tono di voce spropositato, gli domandò: – Ehi! Che cosa ti do?
– Ehi! – rispose Thomas, ostentando una falsa sicurezza. – Senti, a dire il vero non voglio nulla da bere, sono qui perché avrei bisogno di parlare con Marcus.
Gli occhi del barista scintillarono. Era un ragazzo decisamente giovane, smilzo, dalla faccia pulita e all’apparenza ingenua, che tuttavia tradì una certa malizia nel momento in cui Thomas fece quella richiesta. Andò in cerca con lo sguardo del collega a lui più vicino, che aveva intercettato la conversazione, e scambiò con lui un fugace cenno d’intesa; poi rispose: – Posso chiederti perché lo stai cercando? Qual è la tua area di pertinenza?
– Guarda, non lo so –, fece Thomas, – ho iniziato da qualche giorno a lavorare per Butterfly ed è lui che mi ha chiesto di vedere Marcus. Ha un favore da chiedergli.
Sentendo pronunciare il nome di Butterfly, i due baristi si irrigidirono un poco. Non doveva suonare particolarmente simpatico, giudicò Thomas. – Oh, sì, Butterfly come no, lo pseudo-scrittore. Guarda, vedi quelle scale laggiù? – disse il finto ingenuo, mentre il suo compagno continuava a squadrare Thomas con una certa insistenza. – Sali fino al primo piano e svolta a destra. C’è un’unica porta, non puoi sbagliare. Sicuro che… che non vuoi qualcosa da bere? Sai, è molto difficile parlare con Marcus senza essere un minimo alterati… – I due ragazzi presero a ridacchiare all’unisono, mentre Thomas rispondeva con un sorrisetto di circostanza, ringraziandoli per la cortese gentilezza. Nel frattempo, alle sue spalle si era formata una gigantesca coda di persone che cominciavano a spazientirsi. – Ehi, porca puttana, ci vogliamo muovere? – muggì qualcuno dalle retrovie; cosa che indusse Thomas a farsi da parte e a rimandare ogni possibile soliloquio a momenti più calmi e intimi.
Il barista aveva indicato una piccola, ma piuttosto ripida, rampa di scale a sinistra della porta d’ingresso. Thomas affrontò i gradini con tensione sempre crescente, dovendosi preparare a sostenere una conversazione con un altro individuo dalle dubbie intenzioni. “È difficile parlare con Marcus senza essere alterati”: un biglietto da visita incoraggiante, senza alcun dubbio.
Arrivato al primo piano del locale, la musica sembrò di colpo attutirsi, assorbita dall’imbottitura delle pareti che attraversava tutto il corridoio. La porta di cui aveva parlato il ragazzo si trovava subito a destra, con tanto di campanello per annunciarsi. Thomas schiacciò il bottone di plastica con poca convinzione e un’ansia soffocante. – Chi cazzo è adesso –, gorgogliò una voce dall’interno, senza dare alla richiesta il benché minimo accento interrogativo. – Vengo ad aprire –. Il barista aveva ragione: forse un bicchiere di qualcosa di forte avrebbe attutito il colpo.
La porta strillò sui cardini e si aprì con molta calma, rivelando pian piano l’imponente sagoma, le turgide braccia, il viso dalla folta barba e gli occhi azzurri di Marcus, che non fece nulla per nascondere il fastidio che quella visita improvvisa gli provocava. Dal lobo sinistro gli pendeva un orecchino d’argento a forma di pistola che, oscillando, ardeva di luce. Era una presenza inquietante e al tempo stesso magnetica: non sarebbe mai passata inosservata, neppure in mezzo a uno sciame di persone. Aveva incastonato il suo sguardo in quello del ragazzo, e si sarebbe detto capace di strangolarlo non appena quest’ultimo avesse fatto qualcosa di inappropriato. – Vuoi entrare? Ti serve qualcosa? Sbrighiamoci, dai, ho da fare –. Thomas deglutì e seguì Marcus all’interno del suo ufficio.
La stanza era schiacciata da una cappa di penombra. – Non mi piacciono le luci forti, quindi non dirmi che non ci vedi perché non me ne frega un cazzo –, si affrettò a spiegare la voce mastodontica dell’uomo, come se l’entusiasmo di Thomas non fosse già stato a terra. – Laggiù c’è una sedia: spicciati a dirmi che cosa ti serve, e soprattutto chi sei.
– Mi chiamo Thomas e vengo per conto di Butterfly –, rispose, ascoltando il crepitio sommesso della pelle su cui si era appena accomodato. Non poteva distinguere granché dell’arredamento, considerata la scarsa illuminazione: riuscì solo a intuire la presenza di un armadio alle spalle di Marcus, un oggetto circolare e piuttosto grande che poteva essere una ruota per freccette sulla sinistra, e un finestrone che dava sulla città. A Thomas sembrò di sentire il guaito di un cane, perso in chissà quale anfratto o vicolo buio di quel luogo surreale. – Il mio datore di lavoro mi ha chiesto di trovare una persona, e mi ha suggerito di v-venire da lei per ulteriori informazioni.
– Ulteriori informazioni –, sottolineò Marcus con un ruggito. – Ma come diavolo parli, eh? Cosa sei, un centralino? E chi sarebbe questa persona?
Thomas cercò di mantenere la calma. – Si chiama Shokushu.
– Ah sì, l’artista psicopatico! – esclamò l’uomo tra le risa. – Beh, non che il caro dottor Butterfly stia messo meglio. Ad ogni modo, io sono uno che non ama le chiacchiere inutili. Di cosa ha bisogno il dottore?
– In realtà sono io ad aver bisogno di qualche indicazione, ecco. Butterfly mi ha chiesto di andare a fargli visita, solo che non so dove si trovi la sua casa. Potrebbe aiutarmi?
– Potrei, dato che è il caro dottore a mandarti qui. Certo, poteva scegliersi qualcuno un po’ più sveglio per le faccende di questo genere, ma chi sono io per sindacare? Problemi suoi.
Thomas strinse le palme delle mani intorno ai braccioli della sua sedia, facendo sussultare il cuoio. Provava la stessa, persistente sensazione di disagio mista a rabbia che aveva già sperimentato parlando con Butterfly.
– Ascoltami bene –, proseguì grugnendo Marcus senza attendersi una risposta, – giacché non mi sembri particolarmente vispo. So già cosa devi andare a fare, visto che è Butterfly a mandarti da me. Da un po’ di tempo, sono io che mi occupo di togliergli le spine dal fianco. No, col cazzo che mi sporco le mani direttamente, non mi paga abbastanza per farlo… Però sono qui apposta per darti una mano e assicurarmi che, prima che ti ficchino una lama nel cuore, tu abbia cercato di svolgere al meglio la tua missione. Mi stai seguendo?
– La… Oh, Cristo… sì, la sto seguendo – farfugliò Thomas con un nodo alla gola.
– Molto bene. Shokushu è un pazzo, una mina vagante, uno che meriterebbe di essere mandato via dall’Hub a calci nel culo. Solo che è piuttosto influente, ha un sacco di amici che gli coprono le spalle e gli permettono di agire indisturbato. Lo chiamano l’artista, il visionario… Tutte stronzate, te lo dico io. Lo sa il diavolo cosa combina quello là nel suo seminterrato. Sono contento che Butterfly abbia deciso di prendere provvedimenti, era ora che qualcuno lo facesse. – Marcus aprì il cassetto della sua scrivania e tirò fuori una Glock 17, la cui canna catturò il tenue raggio di luna che filtrava dalla finestra, dando un aspetto quasi sacro a quell’emissaria di morte. Sospinse l’arma in direzione di Thomas. – Ecco qua. Pianta una pallottola nel cuore di quello stronzo, coi miei migliori auguri.
– No, scusi –, si affrettò a precisare Thomas, schiumante d’ansia – io non voglio e non devo uccidere nessuno. Butterfly mi ha chiesto di recuperare qualcosa dalla sua casa; qualcosa che gli è particolarmente caro e che questo Shokushu gli avrebbe sottratto. L’arma mi serve solo come eventuale strumento di difesa.
Thomas indovinò un sincero dispiacere negli occhi del suo interlocutore, oltre il velo di oscurità che ammantava la stanza. – Ah sì? – biascicò, in tono rancoroso. – Beh… Sai che ti dico? Mi auguro proprio che tu abbia bisogno di difenderti, allora.
– Ok… Certo, me lo auguro proprio anche io. Posso sapere dove abita?
– Tsk. Area di pertinenza numero 68, in cima a una collinetta non molto distante da qui. Esci dal Third gun, svolta e prosegui dritto fin quando non ti trovi a un bivio: a sinistra c’è la zona industriale, un posto pieno di tossici dove non raccomanderei di andare nemmeno al mio peggior nemico, a meno che questo non sia particolarmente desideroso di perdere un polmone. Tieniti sulla destra e segui i cartelli coi nomi delle vie: quando sei arrivato alla quinta strada, settore 7, aree 60-71, gira a sinistra. La casa di Shokushu si trova in fondo al viale. Ovviamente, queste informazioni non le hai avute da me. Tu non sei mai stato qui, non hai ricevuto nessuna pistola, non hai mai visto la mia bellissima faccia. Se infrangi uno solo di questi avvertimenti, posso assicurarti che non uscirai mai più dall’Hub. Sono stato abbastanza chiaro?
Thomas raccolse la Glock 17 dal tavolo e ne esaminò i dettagli. C’erano delle microscopiche incisioni vicino alla bocca, segno evidente che qualcuno prima di lui, forse più di uno, l’aveva già fatta funzionare. Le sue dita si infreddolirono al contatto con il grilletto. Poi alzò lentamente la testa e cercò di sostenere lo sguardo feroce di Marcus, sorprendendosi delle sue stesse parole: – Parlare della sua faccia o di questo schifo di posto è l’ultima cosa che mi verrebbe in mente di fare. Può stare tranquillo.
Il gestore del Third gun sembrò apprezzare la spavalderia del ragazzo: – Ma pensa, allora Butterfly se li sceglie bene i suoi galoppini. Adesso levati dalle palle, se non hai altre domande.

Thomas si affrettò a strisciare fuori dal locale, evitando accuratamente il contatto visivo sia con i baristi sia con il resto della fauna che lo popolava. Uscì in strada, respirando a pieni polmoni un po’ di aria onirica sgombra di voci chiassose. Cercò di riordinare le idee, facendo mente locale soprattutto sulla posizione geografica della casa di Shokushu. Area 68, quinta strada, settore 7. S’incamminò seguendo le indicazioni di Marcus.
Mentre procedeva, alzò gli occhi verso lo strano cielo viola e privo di nuvole che dominava l’orizzonte, immobile come il mare in una giornata senza vento. Si sentiva prostrato, incapace di comprendere quando, esattamente, aveva perso il controllo sugli eventi della propria esistenza. La pistola infilata nei pantaloni come il più squallido e stereotipato delinquente dei film di Hollywood, camminava guardingo e spaventato, temendo che, sbucando fuori all’improvviso, qualche individuo poco raccomandabile gli saltasse alla gola. Nonostante ciò, doveva mantenere una certa concentrazione, perché si rese ben presto conto che orientarsi in mezzo a quella sconosciuta distesa di agglomerati di cemento e arterie stradali vuote era tutt’altro che facile.
Dopo qualche centinaio di metri, la via che Thomas stava seguendo si biforcò: a sinistra, in lontananza, si aggrovigliava una massa di tubi intorno a una sequenza di blocchi squadrati, dove sulle finestre luccicava il riflesso di una luna malvagia e lontana. La strada sulla destra, invece, conduceva a un gruppo di collinette popolate di ville sparse. Il ragazzo, confortato, per quanto possibile, dal fatto di non dover prendere la via più malfamata, imboccò la strada in salita passandosi una mano sulla pistola, di cui indovinava il rilievo attraverso i vestiti. Poi si fermò per un istante. Si concentrò sul suo respiro. Dilatò lo sterno, facendo entrare quanta più aria possibile. L’aria, quell’aria forse artificiale, sintetizzata in laboratorio, sembrò diventare liquida.
All’improvviso, un suono gli morì in gola. Avvertì una fitta terribile alla nuca, lo sguardo si scollegò dalle forme e dai colori della città, piombò nelle tenebre. L’ultimo istante di cui ebbe percezione furono le sue ginocchia rovinare al suolo, poi il nulla.

Ivan Bececco

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