Racconti d'autore

Nella mente di Butterly (parte 2) – Racconti d’autore

Scritto da Ivan Bececco

Parte I

Parte 2

– Mi scusi, potrebbe spiegarmi chi è il signor Butterfly e per quale ragione mi sta aspettando, dato che io non credo di conoscerlo? – chiese Thomas, pieno di dubbi in testa ma cercando comunque di mostrarsi ardito. Il vecchio, rifugiatosi dietro quel sorriso che cominciava a mostrarsi inquietante, aveva espressamente pronunciato il suo nome e cognome; eppure era certo di non averlo mai incontrato in vita sua. Tutta quella situazione stava prendendo una piega angosciosa, perché Thomas aveva iniziato a immergersi nella tipica sensazione che precede l’assoluta consapevolezza di non essere più padrone del mondo circostante.
L’uomo alla reception continuò a sventolargli sotto il naso il documento che avrebbe dovuto firmare. Indicò col dito nodoso una penna alla sua sinistra, la cui punta poggiava su un supporto in legno. – Signor Sfrucugli, vede, non sono io la persona che dovrà rispondere ai suoi quesiti. Firmi questa carta, la prego, e sarà libero di salire al primo piano –. Rivolse l’indice dell’altra mano verso una rampa di scale imbevuta di oscurità, di cui Thomas non si sarebbe neppure accorto se non gli fosse stata indicata. Dal punto in cui si trovava, poteva intravedere le sagome di quattro o cinque gradini ritagliati nel muro che andavano a perdersi chissà dove, rivelando l’esistenza di un piano superiore. Ebbe l’istinto di voltarsi. Gettò un rapido sguardo dietro di sé, convinto per qualche ragione che qualcuno lo stesse osservando. Quella sensazione gli si era arrampicata pian piano sulla schiena e gli aveva gelato le vertebre e il sangue. Se tutto questo si trattava di uno scherzo, pensò, aveva decisamente passato ogni limite.
Respinse con delicatezza al mittente il foglio di carta. – Mi perdoni, ma non ho intenzione di firmare nulla. Anzi, credo di essermi sbagliato a entrare qui. Con permesso, le auguro una buona giornata –. Senza attendere una risposta, Thomas s’incamminò a passo svelto verso l’uscita. Il vecchio lo lasciò fare.
Lasciò che oltrepassasse il televisore muto, il vaso di orchidee, le poltrone. Lasciò che si rendesse conto che, nel punto esatto in cui poco prima era entrato, non si trovava che una parete cieca, del tutto priva di porte. Un viscido e freddo muro che le mani di Thomas tastavano freneticamente, immerse nel buio, perché nel frattempo erano rimaste accese le sole lampade da parete che servivano a illuminare la porzione di spazio attorno alla reception. Nella cupola di luce crepuscolare il vecchio sedeva, e si mise a ridere. – Signor Sfrucugli, la sua ricerca sarà vana, perché in questo luogo si entra, ma non si può uscire a proprio piacimento.
Thomas prese a sudare freddo. Fu assalito da una scarica di palpitazioni, mentre le mani continuarono per un pezzo a strofinare la parete fredda prima che i pugni si chiudessero e cominciassero a percuoterla. Il muro era decisamente spesso, perché il suono si spegneva nella pietra, come la fiammella di un cerino che si estingue inesorabile dentro una gabbia di vetro. Allora il ragazzo si voltò di scatto e si precipitò verso il bancone, schiumante di rabbia. Afferrò il vecchio per il colletto inamidato della camicia e lo strattonò, rendendosi conto di quanto fosse lieve il suo peso corporeo. – Mi stia a sentire, – gridò – questo gioco è durato abbastanza, direi. Mi dica dove diavolo si esce, non ho intenzione di rimanere qui un minuto di più.
– Eppure mi è parso di essere stato abbastanza chiaro – riprese l’uomo alla reception, impassibile. – Non è possibile uscire di qui una volta entrati. Non nel modo convenzionale, almeno –. I suoi occhi mandavano lampi glaciali.
Thomas batté con violenza i pugni sul bancone, facendo sussultare la penna e il grazioso supporto su cui riposava. – Ma cosa vuol dire! – urlò, stralunato. – Che significa che non si può uscire! La smetta di scherzare, o le assicuro che chiamo i carabinieri.
– Chiami chi vuole, se le riesce – chiosò il vecchio, con un tono da oltretomba. Vinto dall’ira, Thomas tirò fuori il suo telefono, che però non riceveva alcun segnale. Provò lo stesso a comporre il 112, ma l’audio in capsula, invece di squillare, emetteva strani crepitii metallici, come se la ricezione fosse ostruita da qualcosa. O, chissà, da qualcuno. A questo punto la rabbia cedette il passo alla rassegnazione, che sciolse ogni singola contrattura dei suoi muscoli e gli restituì un intenso calore nelle tempie. Comprese di essere finito in una specie di trappola, anche se non poteva ancora quantificare l’entità del pericolo. Rivolse al vecchio uno sguardo ora mitigato dalla paura. – Molto bene, – sospirò, la fronte imperlata di sudore – a quanto pare devo stare al suo gioco. Cosa vuole che faccia?
– Signor Sfrucugli, devo forse dedurre che lei è un tipo un po’ duro di comprendonio? – rispose, e nel frattempo posò nuovamente sotto il naso del ragazzo il documento da firmare. Thomas contemplò il foglio per qualche secondo, e finalmente pensò che sarebbe stato opportuno leggerne il contenuto. Il suo stupore crebbe quando realizzò che gli era impossibile mettere a fuoco i caratteri del testo: si sentiva la testa pesante e aveva lo sguardo annebbiato, per cui non riusciva a distinguere le parole, che oltretutto erano minuscole. Si strofinò gli occhi un paio di volte, ma il risultato era sempre lo stesso. Che strano, pensò, non ho mai avuto problemi alla vista. Ogni altra forma che componeva il quadro angoscioso di quella stanza gli era perfettamente distinguibile, tranne il contenuto del documento, elegantemente confezionato in una carta di pregevole fattura con tanto di intestazione ad Andreas P. Butterfly, Hub (Area 27), interno 16. Era l’unica frase che riusciva a leggere.
Fu preso di nuovo dall’esasperazione, dal desiderio di sfuggire alle incomprensibilità di quel luogo, e in un impeto di rabbia afferrò la penna e tracciò una linea nera in corrispondenza della riga tratteggiata in calce al testo. – Ecco fatto, – urlò Thomas, disperato – ha avuto la sua stramaledetta firma! Posso andarmene ora?
All’improvviso, come un lampo bianco che squarcia le tenebre in una notte di tempesta, due file di luci illuminarono la rampa di scale che conduceva ai piani superiori dell’edificio. Il vecchio agguantò il documento firmato, lo infilò dentro una cartella di cuoio marrone che ripose prontamente in un cassetto. Il ricamo in oro che impreziosiva il suo gilet brillò nella penombra. Si sistemò il colletto della camicia e prese a massaggiarsi con lentezza la fronte. – Molto bene, signor Sfrucugli, ha fatto l’unica cosa che poteva fare, almeno per il momento. Si rassereni – disse, incastonando le sue iridi azzurre nello sguardo smarrito di Thomas. Poi aggiunse, dopo una breve pausa: – Benvenuto nell’Hub.
– Nel cosa? – rispose Thomas.
– Il mio ruolo all’interno della sua vicenda è concluso, per adesso. Non mi rivolga più alcuna domanda, la prego, in quanto non mi è concesso risponderle. Il signor Butterfly, al piano superiore, la sta aspettando, e sarà ben lieto di dissipare ogni suo legittimo dubbio. Salga le scale e lo raggiungerà. Troverà l’ingresso del suo ufficio sulla destra. Non può sbagliare, non ci sono altre porte. Le auguro una buona giornata.
Si alzò da una sedia cigolante, raccolse uno dei cappelli appesi alla fila di ganci dietro la scrivania e si incamminò ciondolando nella direzione opposta a quella che Thomas aveva percorso entrando nella stanza. Non ci mise molto a scomparire nelle tenebre. Pensò che avrebbe potuto seguirlo e, forse, trovare una via d’uscita, ma arrivato a quel punto non poteva fare altro se non attenersi alle regole del gioco, per evitare che qualcuno potesse scoprirlo e, di conseguenza, cacciarsi in guai ancora più complessi. Maledisse il momento in cui aveva deciso di seguire l’ombra del coniglio e la voce suadente di quel sassofono, guardò la scalinata e la attraversò a grandi balzi, sperando in questo modo di accorciare il suo tempo di permanenza in quel grottesco edificio.

Si fermò a metà del percorso. Le sue orecchie intercettarono nuovamente il suono del sax che lo aveva attirato fin lì. Erano le note del brano introduttivo del film Twin Peaks Fire Walk With Me, composto da Angelo Badalamenti. Inconfondibile. Amava quella serie, ricordava le attese spasmodiche davanti allo schermo della televisione, da ragazzino, in attesa che venisse trasmessa una nuova puntata. Riascoltare quel pezzo gli fece, adesso, un effetto tutt’altro che piacevole: fu trafitto da una paura profonda e inconscia, poiché era chiaro, ormai, che gli inquilini di quel palazzo non conoscevano soltanto il suo nome, ma anche qualcosa del suo passato. Gli tornò alla mente la possibilità, in parte consolante, che qualche suo amico bislacco avesse architettato il più colossale degli scherzi, ma c’erano fin troppi elementi che non quadravano: la scomparsa improvvisa della porta, il documento, l’espressione sinistra del vecchio.
Si era bloccato a metà strada, immerso in quel pantano di riflessioni scaturite dalla paura, mentre il sassofono continuava a suonare, dolce come gli occhi di una donna innamorata e glaciale come un pomeriggio d’inverno siberiano. L’unica possibile soluzione a tutto questo, che si fosse trattato o meno di una presa in giro, di un incubo estremamente complesso o della cruda realtà, era andare fino in fondo e scoprire cosa lo attendeva dietro la porta di Andreas P. Butterfly.
Il piano superiore si presentava come un breve e insignificante corridoio, ai lati del quale sfilavano coppie di appliques di cristallo a forma di foglie di vite. Le pareti erano rivestite di carta da parati color verde oliva, dai motivi vegetali. Anche in questo caso non c’erano finestre. Thomas si domandò come potesse circolare l’aria all’interno della struttura, ma in fondo quello era l’ultimo dei suoi attuali problemi.
Sulla parete di destra si trovava la porta a cui il vecchio aveva fatto cenno. Una porta di legno scuro, senza targhetta, senza citofono. Un piccolo pomello dalla forma romboidale risplendeva sotto il chiarore di una lampada.
Thomas Sfrucugli si fece coraggio, deglutì rumorosamente e bussò. Il sassofono smise di suonare quasi istantaneamente, e il corridoio sprofondò in un silenzio da cattedrale. Trascorsero un paio di interminabili secondi, quindi una voce disse: – Chi è? – Non c’era traccia di aggressività in quel timbro scuro e roco.
– A questo punto immagino sappia chi sono –, rispose il giovane.
– Oh, beh, ma certo… La gente dovrebbe smetterla con questi patetici convenevoli. Avanti, signor Sfrucugli. La porta è aperta. – Thomas notò un certo compiacimento nel tono del suo interlocutore. Doveva essergli piaciuta la franchezza della sua risposta.
Oltre la porta si apriva una stanza piuttosto grande, con il pavimento che riprendeva la stessa, allucinante trama a scacchi della hall. Due grosse librerie con scaffali ricolmi di tomi occupavano le pareti laterali, mentre sul muro centrale trovavano posto, unica via respiratoria esistente, due finestroni alti quanto il soffitto.
Il centro era occupato da una scrivania in legno massiccio, alle estremità della quale erano appoggiati un bicchiere vuoto e un pendolo di Newton in movimento.
Fuori era buio. Una cosa assurda, pensò Thomas, perché quando era entrato nell’ufficio postale faceva ancora giorno, e da allora non poteva essere passato tanto tempo. Forse quelle finestre non davano sull’esterno bensì su una porzione chiusa dell’edificio. Il ragazzo, paralizzato da un miscuglio ottenebrante di imbarazzo, inquietudine e spaesamento, rimase in balia di un destino di cui non si sentiva affatto protagonista.
Con le mani giunte a formare un cerchio, il naso leggermente appoggiato sull’apertura dei pollici, e con un’espressione perfettamente neutra in viso, il signor Butterfly osservò a lungo il suo ospite prima di aprire bocca. Indossava un paio di occhiali rotondi dalla montatura in oro e aveva una faccia levigata, priva di rughe, che non contrastava con la purezza del bianco della sua lunga capigliatura. Pareva una di quelle creature profetiche che si incontrano ogni tanto, per puro caso, sulle copertine dei libri di auto-aiuto. Portava un completo grigio scuro, una camicia bianca su cui era annodata una cravatta nera con, al centro, la stessa sagoma ricamata in oro di un sassofono che aveva visto sul gilet del vecchio. Il signor Butterfly, a vederlo così, era in tutto e per tutto identico alle centinaia di funzionari pubblici o impiegati d’ufficio che si incontrano all’imbrunire nella stazione centrale di qualsiasi metropoli, tanto inappuntabile all’esterno quanto devastato interiormente, con la testa già sotto le coperte mentre aspetta il treno delle sei e mezza.
Il signor Butterfly, dopo aver lasciato trascorrere qualche minuto, indietreggiò la testa di pochi centimetri. – Mi fa piacere constatare che il mio sax è ancora capace di attirare qualcuno. Sa, come musicista sono piuttosto arrugginito. – La sua voce era falsa ma melliflua, rassicurante. – Caro signor Sfrucugli, le do il mio più sincero benvenuto in questa nostra umile dimora chiamata Hub. Oh, non lo dica a me, questi anglicismi sono peggio della peste nera. Prego, si accomodi –, disse, indicando a Thomas la sedia vuota di fronte a lui.
– Signor Butterfly, giusto? – domandò mentre prendeva posto.
– La prego, mi chiami semplicemente Andreas – insistette l’uomo.
– Molto bene… Ecco, Andreas, mi dica: perché sono qui? Ma soprattutto, guardi, apprezzo molto la sua ospitalità e, mi creda, la ritengo un ottimo musicista, però io avrei necessità di tornare a casa. Le chiederei pertanto di indicarmi l’uscita da questo posto, se non è di troppo disturbo.
– Voglio essere subito chiaro su questo punto: lei non può andarsene fin quando non sarò io a stabilirlo.
Thomas ebbe un mancamento. Gli parve che qualcuno avesse spalmato una saponetta sulla sua sedia, e che fosse sul punto di perdere l’equilibrio e rovinare al suolo. Cercò di non perdere il controllo e di rispondere nello stesso tono affabile che l’interlocutore gli stava riservando.
– Apprezzo le sue capacità di sassofonista, ma non quelle di padrone di casa. Scusi se sono maleducato, ma come pensa di riuscire a trattenermi?
– Beh, ha firmato un contratto… – sogghignò Butterfly, che subito dopo fece schioccare le dita.
Qualcuno bussò alla porta. Le sferette del pendolo di Newton ticchettavano indifferenti nel loro moto perpetuo. Thomas spalancò gli occhi e si voltò, mentre faceva il suo ingresso un bambino biondo dalla faccia scavata, pallido e di una magrezza impressionante, che stringeva nel pugno scheletrico un foglio di carta piegato in quattro parti. Il ragazzino lo consegnò a Butterfly, rivolse un’occhiata febbrile all’ospite che gli sedeva di fronte e se ne andò con passo lieve e strascicato, richiudendo la porta dietro di sé.
– Ecco qui –, disse il signor Butterfly dopo aver esaminato il documento. – Non sarà una firma impeccabile, ma è pur sempre la sua. – Tenendo il foglio penzolante tra il pollice e l’indice, lo fece leggere a un Thomas ormai in pieno delirio e del tutto incapace di comprendere il senso logico di ciò che stava accadendo. Nonostante la sua mente fosse ancor più annebbiata di prima, stavolta i suoi occhi riuscirono a mettere a fuoco il testo, e dovette leggere dall’inizio alla fine più volte per non crollare definitivamente in preda al panico.

All’attenzione di Andreas Butterfly, Hub (Area 27), interno 16.
Con la presente si certifica che la persona di Sfrucugli Thomas, nato a Grosseto il 27/3/1992, per effetto di essere entrato nell’area di pertinenza di ___ [qui qualcuno aveva scritto a mano nome e cognome per esteso di Andreas Padetsky Butterfly, verosimilmente egli stesso], acquistata presso la filiale n° 22 di MindLab inc. in data 7/6/1998 e vidimata tramite regolare assunzione di n° 3 dosi settimanali del farmaco Becessitoxinal®, diviene di esclusiva proprietà dello stesso, il quale ha facoltà di disporre del soggetto come meglio crede e per una durata di tempo non soggetta a vincoli.

Con la presente il soggetto acquisito certifica altresì di aver preso visione della sopraddetta condizione contrattuale, nonché di essere consapevole che, dal momento del suo ingresso all’interno dell’Hub e fino a quando non ne sarà uscito (solo previa autorizzazione da parte del proprietario), dovrà rispondere personalmente di ogni sua azione. In nessun caso né il proprietario né MindLab inc. potranno essere ritenuti responsabili di eventuali atti di violenza, vandalismo, stupro, omicidio o altra contravvenzione delle leggi del Mondo Conscio da parte del soggetto acquisito. Né Il proprietario né MindLab inc. hanno facoltà di disporre della vita del soggetto: nel caso di sopraggiunta condanna a morte a seguito di processo per grave violazione delle leggi del Mondo Conscio (per la cui giurisdizione territoriale si rimanda ai rispettivi ordinamenti), al proprietario potrà essere corrisposta una somma di denaro a titolo di parziale risarcimento danni.
Approvato da entrambe le parti.
In fede.

Il tratto di penna nera che Thomas aveva apposto come firma riluceva, sinistro, nel bianco della carta.

Continua.

Ivan Bececco

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