Racconti d'autore

6,00 am – Racconti d’autore

Scritto da Ivan Bececco

La sveglia irrompe nel mio sonno annunciando l’inizio della giornata. La camera da letto si riempie all’improvviso della voce di uno speaker radiofonico che, in tono più ironico che sincero, dà il buongiorno ai suoi ascoltatori. Oggi si preannuncia una giornata fredda, per cui tenete la gola dentro il bavero della giacca, altrimenti rischiate di ammalarvi. Il meteo racconta di piogge sparse su tutta la penisola, con qualche sporadica eccezione per le regioni del Centro Italia. Sollevo lentamente la schiena, gli occhi incartapecoriti, le mani accartocciate come i petali di un fiore in procinto di rivelarsi al mondo. Sono le sei, fuori è ancora notte. Dalla finestra penetra la luce di un lampione che, incurante delle tende che ci riparano dal mondo esterno, va a posarsi sul tuo volto, tracciando una linea nitida che ne mette in evidenza i tratti più belli: la fossetta appena accennata del mento, le labbra vermiglie e umide, il sopracciglio destro schiacciato sotto il cuscino.
Scanso una ciocca dei tuoi capelli mossi. Ti sento fremere, solleticata dai polpastrelli che ti sfiorano la fronte. Spengo la radiosveglia e dici: «Buongiorno, amore». Rispondo: «Buongiorno. Sono le sei, per te è ancora presto». Dici: «Mmm», e avvicini il tuo viso per raccogliere la mia carezza. Dico: «Mi vesto, mangio qualcosa ed esco. Ci sentiamo più tardi». «E un bacio non me lo dai?». Imprimo le labbra sulla tua fronte, raccolgo i vestiti che ieri sera, molto poco rispettosamente, avevo gettato su una sedia, mi dirigo in cucina.
Il meteorologo aveva ragione: fuori cominciano a cadere grosse gocce d’acqua, il cielo è pieno di nubi che vorticano su loro stesse come lenzuoli dentro una centrifuga. Temporale in arrivo.
Salgo in macchina. Mi affascina in maniera strana, quasi grottesca, il ‘clac’ della portiera che si richiude dietro di me: mi è sempre sembrato un atto di assenso da parte del mio veicolo, la risposta alla domanda: partiamo? E allora sì, andiamo, sono le sei e mezza, il mio stomaco ribolle e si dà da fare per convertire la mia colazione in energia.
Lungo la tangenziale cominciano ad affollarsi decine e decine di automobili, astute e frettolose, api richiamate all’alveare.

Ore dieci e qualche minuto. Sul finestrone del mio ufficio continua ad abbattersi la pioggia, implacabile, indifferente. «Poletti, ce la fa a inserire i dati delle nuove acquisizioni nel database prima della chiusura del software?», mi chiede il principale. Cerco di immaginare il suo mento che si muove mentre parla, ricoperto com’è da una folta barba brizzolata, estremamente curata. Una barba così perfetta da sembrare finta. «Certo», rispondo, «non si preoccupi, entro le cinque e mezza sarà tutto aggiornato». Il tono della mia risposta sembra soddisfarlo. Mi elargisce un cenno di intesa, poi il suo telefono squilla e rapisce la sua attenzione, costringendolo ad alzarsi dalla sedia per uscire. «Poletti, ha già impegni per pranzo? Se le fa piacere potremmo andare a mangiare al nuovo ristorante messicano insieme a un amico mio, venuto da Udine per chiudere un affare. Vuol farci compagnia?». Annuisco: «Certo, va bene». «Perfetto!» esclama, raggiante. «Passo da lei verso l’una e un quarto, il tempo di sistemare un paio di pratiche. Scusi, devo rispondere alla chiamata». Esce, e i quattro angoli dell’ufficio sprofondano di nuovo in un meraviglioso silenzio, con la sola eccezione del mio computer che ronza in maniera impertinente.
“Affare”, “pratiche”, “acquisizioni”. Questa terminologia aziendale vuota e insignificante come il contesto in cui viene impiegata.
Estraggo il mio telefono dalla tasca. Uno, due squilli. «Pronto, amore?»
«Ehi, tesoro, ciao. Come va?»
«Mi annoio come sempre. E tu che combini? C’è molta gente in negozio oggi?»
«Qualche signora anziana un po’ troppo pretenziosa. Solite cose. Torni tardi stasera?»
«Sì, oggi è l’ultimo giorno di piena attività del software e quindi ci fanno fare gli straordinari prima del blocco totale del sistema. Tornerò a casa minimo alle nove e mezza, garantito.»
«Che palle. Stasera volevo farti assaggiare una ricetta che ho scovato su internet qualche giorno fa: crostini di pane all’aglio in purea di fave.»
Mi sfugge un sorriso. «Notevole. Beh, possiamo provarli domani sera, no?»
«Uh-huh. Ops, devo salutarti, è entrata una coppia di turisti che si è messa a curiosare tra gli scaffali e ha un evidente bisogno di aiuto. E vai col mio inglese di merda. Ci sentiamo dopo.»
«Ehi, aspetta.»
«Sì?»
«Mi vuoi bene?»
Un attimo di pausa, una specie di sbuffo divertito. «Certo che no!»
«Oh, bene, meno male! Allora ciao.»
«Ciao, stupido.»

La maniglia della porta di casa scricchiola sotto la mia mano. Il portaombrelli ha squillato come la campana di un tempio buddista mentre lasciavo scivolare il mio ombrello dentro la sua bocca oscura, accanto al tuo. «Permesso? Buonasera!», mi annuncio entrando in casa. Le luci del soggiorno sono accese, spalmata sul divano e assopita ci sei tu, che invano hai tentato di vincere il sonno e di seguire non so quale programma in TV. Sono le dieci meno un quarto.
Prendo posto accanto a te che immediatamente apri gli occhi e mi regali un sorriso sfinito. «Ehi… ciao… Vieni qui» sussurri, afferrandomi un braccio. «Com’è andata la giornata?»
«Beh, da questo momento in poi può solo migliorare. La tua? Hai vinto la guerra contro le signore anziane pretenziose?»
«Non si vince contro di loro, hanno una tecnologia troppo avanzata. Hai fame? Volevo aspettarti per cena, ma avevo lo stomaco vuoto come una gomma bucata. C’è un po’ di pasta al sugo che puoi riscaldarti.»
«No, credo che mi tufferò dentro una vasca di camomilla. Oggi il mio capo ha voluto portarmi a pranzo al nuovo ristorante messicano: terribile.»
«Sì, beh, la camomilla te la faccio io; ora però vieni qui. Abbracciami.»
Ci abbracciamo.
Restiamo così per un po’, piante rampicanti avvinghiate al divano, davanti ai deliri della televisione che parla di cose strane e lontanissime, tra una pubblicità e l’altra. Credo che fuori abbia smesso di piovere, ma di solito a quest’ora sono così stanco che non riesco a immaginare niente, né il cielo, né la terra, né gli organismi che la abitano al di là della porta di casa.
L’unica cosa che mi sembra incredibilmente viva, concreta, a quest’ora della giornata, è il palpitare sommesso della vena del tuo collo.

Ivan Bececco

 

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Utilizziamo i cookie di terze parti per personalizzare i contenuti e gli annunci, fornire le funzioni dei social media e analizzare il nostro traffico. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie. Leggi l'informativa estesa

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi