Cultura e società

Nel nome della madre…

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Scritto da Maria

Inutile parlare di parità tra i sessi, la realtà che viviamo è continuamente violenta contro le donne. Ragazze sfregiate con l’acido, donne stuprate, uccise dagli uomini sedicenti innamorati. Donne che hanno più difficoltà a trovare e mantenere il lavoro, pagate meno. Donne apprezzate per il loro aspetto fisico e non per le loro capacità. Donne che devono mostrare e non essere. Donne stupide al volante, donne capricciose, donne che non sanno quello che vogliono, ma sanno come ottenerlo. Donne che devono saper pulire, cucinare, tener la bocca chiusa o occupata in altro modo. Donne strumentalizzate dalla pubblicità, dalla comunicazione. Donne che devono far figli o donne che non ne devono fare. Donne che devono essere belle, ma che se lo sono troppo sono “puttane” e se lo sono troppo poco sono “cessi”.

Più di tutto e prima di tutto, donne che devono essere multitasking, come fosse un complimento il dover gestire simultaneamente vita privata, familiare e lavorativa, con impegni che si accumulano, che logorano, pur di non rinunciare a esprimere talento e vocazioni personali, in favore di chi, poi, questa poliedricità non l’ha o non si sforza di svilupparla.

Una mentalità violenta che è degli uomini, ma anche delle donne verso altre donne, che è delle donne verso se stesse quando ironizzano su ciò che per antonomasia non sanno fare. Eppure non bisognerebbe stupirsi. C’è stato un momento nella storia in cui il genere umano ha dimenticato la religione della madre e ha perseguito solo quella del padre. Non solo. Le principali religioni monoteiste del mondo alzano le braccia al cielo per pregare un dio uomo, un dio padre. Persino le donne immaginano uomo la divinità. E questa è una tara culturale che ha pesato, che pesa. Come meravigliarsi allora del resto?

Nello stesso obiettivo, che per secoli ha accompagnato l’emancipazione femminile, “parità tra i sessi” si nasconde una discriminante ontologica terribile: l’impossibilità di raggiungere la parità tra entità diverse. Quanto sarebbe più giusto cercare la tutela delle diversità? Il rispetto delle diversità?

Certamente sarebbe più complesso, perché il genere umano dovrebbe far pace con un’idea che non riesce a mandar giù: rendere il mondo un posto a propria immagine e somiglianza, dove nulla ci spaventa perché è uguale.

Quanta ingiustizia si beve dalle labbra, pronunciando l’aggettivo “uguale”?

Tutelare le diversità di genere e non ricercare la parità dei sessi.

L’omologazione è infatti in sé un’altra forma di violenza, la più subdola. Nel corso dell’ultimo secolo ha prodotto immagini abominevoli, passate sotto silenzio: la donna manager, la donna in carriera, la donna spietato capo d’ufficio, la donna cacciatrice. In sintesi la donna-uomo. Tutti gli epiteti, gli aggettivi, le apposizioni che seguono il termine “Donna” sono sovrastrutture aberranti, non complimenti, e denunciano non le conquiste della parità femminile, ma la violenza dell’omologazione.

E questa omologazione si traduce altrove in razzismo, omofobia e trasfobia.

Bisognerebbe amare, tutelare, rispettare tutte le espressioni di genere; vivere il femminile in tutte le mille opportunità e le mille sfumature. Non rinunciare a nulla di quello che ci rende donne.

Essere come le donne non come gli uomini.

Alzarsi una mattina, guardare il cielo, guardare le altre donne  e sussurrare “… nel nome della madre”…

Maria Mancusi

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