Recensioni

Il diavolo dentro

Scritto da Eliana Catte

Le recensioni di Connessioni Letterarie

Quali sono le radici del male, della sua banalizzazione? Questa domanda viene spontanea soprattutto quando, con un diffuso e colpevole atteggiamento morboso e voyeuristico, si commentano fatti di cronaca con toni vagamente moralizzatori.

Nel momento in cui vengono alle stampe libri dedicati a casi di cronaca particolarmente attenzionati dai media e dall’opinione pubblica, si azzarda sempre la celebrazione del tragico antieroe di turno passando attraverso l’alibi della società che corrompe e rovina il buon selvaggio, e muovendosi nel pericoloso territorio del rischio emulativo della vita spericolata e maledetta del criminale di turno e della sua gang di accoliti.

Pur rischiando il verificarsi di un fatto simile, il libro Il diavolo dentro, scritto da Roberto Ottonelli (Delos Digital, 184 pagine), non si presta alla trappola mediatica ma, attraverso una narrazione intima e viscerale tale da renderlo vicinissimo a noi, si approccia a una tragica vicenda che ha segnato le cronache italiane a cavallo tra gli anni Novanta ed il Duemila: infatti, come riportato anche nell’avvertenza in apertura del romanzo, “i fatti raccontati sono liberamente ispirati alla vicenda delle Bestie di Satana”.

 L’angoscia che mi perseguita è la mia forza vitale. Mi domando spesso se ciò che sono diventato è davvero quello che avrei voluto essere. Soprattutto quando sono sopraffatto dalle mie paure.

Il romanzo dell’esordiente Ottonelli, da leggere andando oltre i pregiudizi sul caso, i sentimenti contrastanti, le cronache giudiziarie riportate sulle pagine delle principali testate, lo storico e sterile scontro tra innocentisti e colpevolisti, appare scorrevole, interessante, incalzante e oscuro.

Oscuro tanto per i temi trattati, pur sempre forti e drammatici, quanto perché risulta impossibile, per chiunque conosca anche solo superficialmente la vera storia alla quale è ispirato, non immaginare e collocare come tessere di un puzzle i reali protagonisti della drammatica vicenda romanzati nei vari ruoli all’interno del libro.

Quest’ultimo, pur non essendo una pedissequa ricostruzione degli avvenimenti accaduti, si può visualizzare fin nelle sue scene più crude senza scadere nel turpiloquio e nella morbosità che, troppo frequentemente e vacuamente, ammorbano l’informazione mainstream.

Nel corso della lettura dei capitoli, ciascuno dei quali dedicato a un personaggio che parla di sé in prima persona permettendo così una più agevole immedesimazione nell’individualità dei principali membri del gruppo di giovani deviati che si costituisce e delinea pagina dopo pagina, si intuiscono le perverse dinamiche del branco, il suo organigramma, gli equilibri basati sull’esercizio di un potere arbitrario e dispotico da parte dei leader carismatici sugli altri, giovanissimi e facilmente influenzabili, l’horror vacui della loro moralità, della cultura e degli ideali che cercano di colmare esercitando violenze, sevizie, abusi e delitti ai danni dei più deboli, fragili e soli.

Per questa ragione viene da chiedersi se il male si possa ereditare: è la domanda che si pone Antonietta di fronte all’ennesima prova alla quale la vita la sottopone, la perdita della dolce figlia Clara, guardando l’altro figlio Pietro che “ha la stessa espressione di suo padre”, fatto che le causa un brivido lungo la schiena. Il branco si forma e consolida attorno a Michele e Pietro, attorno ai modi decisi di quest’ultimo, al suo sguardo algido, al suo carisma da giovane che vuole “sovvertire l’ordine naturale delle cose’’ portando all’estremo le sue scelte come “unico modo per combattere i [suoi] demoni”, sconfiggendo l’altruismo ed elevando l’egoismo, la lussuria, la superbia e l’orgoglio a unici valori da alimentare, come nella metafora del lupo cattivo al quale permettiamo di crescere se lo sostentiamo.

Questo romanzo permette a ciascuno dei personaggi principali di prendere la parola cercando, come dal titolo ispirato al film Il corvo, “il proprio diavolo dentro” in quanto “non avrà pace finché non lo trova”: apre persino uno spiraglio di fuga dalla logica prevaricatrice del gruppo, dalla claustrofobica danza della morte che confonde vittime e carnefici in una realtà tanto violenta da fare schifo, con il principio di storia d’amore tra Silvia e Luciano.

Come già sottolineato, risulta difficile non farsi prendere dai ricordi inerenti la vicenda di cronaca, il dolore e la ricerca di giustizia che, a tratti, sembrano prendere il sopravvento sulle squallide mura

dell’istituto nel quale Andrea cresce, le stesse che segneranno inevitabilmente le sue relazioni con gli altri, su quelle del quartiere che Clara riteneva essere “la sua casa”, sulla violenza schizoide di Remo, sui boschi che si tingono del sangue di riti di una brutalità fine a sé stessa, sull’estremo tentativo di difesa che Luciano compie nei confronti della ragazza per la quale nutre un forte sentimento che gli permette di andare oltre la paura sfidando i capibranco, i quali lo scoraggiano dall’intraprendere una storia d’amore con Silvia. Lei, ragazza da loro ammansita, soggiogata, umiliata e mercificata, ribelle e inquieta che, come tutti gli altri membri della setta e come l’altra ragazza, Manuela, gioca col fuoco ma cerca disperatamente una mano tesa, un’attenzione amorevole e disinteressata, un profondo sentimento d’appartenenza non corrotto dall’apparentemente onnipervasivo male.

Il contesto di profondo degrado sociale, volutamente indefinito, fa immergere il lettore in una suburra che colloca tutti i personaggi nell’ultimo gradino della scala sociale di una morale dell’ostrica verghiana, sottraendoli alla ricerca di una bellezza totale, così come la intendeva Peppino Impastato, in grado di consentire loro un’evoluzione morale, un riscatto sociale e, col senno di poi, in relazione alle vittime, una incontrovertibile verità.

Pensando alla tragica realtà dei fatti che hanno ispirato la narrazione de “Il diavolo dentro” pare quantomai doveroso domandarsi se la catena di violenza, nata in contesti familiari a loro volta sadici, prevaricatori o colpevolmente assenti e indifferenti, sviluppatasi in ambienti completamente privi di servizi, di alternative culturali e di modelli positivi, si diffonda copiosamente anche a causa della totale assenza di istituzioni come le scuole, in grado di educare i singoli e guidare i gruppi dei pari lontano da derive nichiliste e distruttive; perché, come sostenuto da Victor Hugo, “chi apre la porta di una scuola, chiude una prigione”.

Un romanzo moderno come quello di Ottonelli, senza auliche pretese letterarie o, men che meno, educative, punta sulla fluidità dello stile, sulla contemporaneità dei temi trattati e su una innegabile vocazione corale e sociale, peraltro tipica di opere controverse quali anche Un’arancia a orologeria di Anthony Burgess: tutto ciò nonostante un finale forse affrettato, nonostante non si soffermi sulle dinamiche profonde che collegano il sottosistema branco ad altri sottogruppi – un potenziale solido nucleo in grado di coprire le scorribande dei delinquenti, i fiancheggiatori e una protezione esterni conniventi, anche solo col loro silenzio altrettanto colpevole – e nonostante non abbia modo di approfondire a lungo tutte le figure che vi gravitano attorno, con le loro personalità in via di definizione, il loro vissuto, le loro emozioni e le loro paure.

Ma, proprio leggendo approfonditamente il classico di Burgess e studiando lo storico film di Kubrick a esso ispirato, si potrà cogliere e apprezzare appieno il risvolto dell’ultraviolenza perseguita da quest’altro gruppo di deviati e il suo nesso di causalità con ripercussioni politiche, sociali e culturali: le stesse che, sicuramente, si sono abbattute sui bulli, i vinti, le cui vicende sono state adattate, romanzate e narrate nel libro Il diavolo dentro.

Titolo: Il diavolo dentro
Autore: Roberto Ottonelli
Editore: Delos Digital
Anno: 2017

Eliana Catte

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