Recensioni

La parola alle Amazzoni

Scritto da Carlotta Papandrea

Le recensioni di Connessioni Letterarie

Sempre più spesso sentiamo parlare degli studi di genere in un contesto socio-politico quanto mai complesso e variegato. Molti li masticano, alcuni sono invece diventati attenti osservatori e studiosi del settore; tanti altri (troppi) ne ignorano semplicemente l’esistenza, forse neanche davvero ponendosi la questione di cosa sia il genere e come e quanto continui a influenzare le nostre esistenze.

Questa branca di studi, nata originariamente in contesto nordamericano come Women’s Studies a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, offre un approccio multidisciplinare d’interpretazione riguardo ai concetti di sessualità e, appunto, identità di genere. Nonostante si tratti di studi estremamente ricchi e vividi da cui ci sarebbe moltissimo da apprendere e accogliere (a partire oltretutto dalle questioni più banalmente quotidiane fino ad arrivare ai più complessi accademismi), tutt’oggi ci riduciamo a sentir parlare della terribile teoria del gender (leggenda metropolitana che, pare, a tanti piace menzionare come un mostro nero intenzionato a privarci della nostra più intima identità) e viviamo in società che faticano a garantire dignità e rispetto alle donne. Soprattutto, continuiamo a muoverci in un contesto ancora fortemente etero normativo e maschilista, in cui essere donna (e nello specifico lesbica) comporta discriminazione e violenza costanti.

L’aspetto interessante di questi studi, a mio avviso, è che cerchino anche di decostruire gli stereotipi di cui alla fine tutte siamo vittime, e che rendono il genere un prodotto culturale in continua evoluzione estremamente difficile da sradicare.

Il testo che propongo, La parola alle Amazzoni, offre un’accurata ed appassionata analisi dello scenario artistico – letterario da Lesbo ad Hollywood, raccontando le vite straordinarie di donne che hanno vissuto, scritto, che si sono battute per poter essere se stesse e che hanno amato andando contro un modello fortemente etero normativo e patriarcale che nel femminile identificava la maternità, la cura della casa e in generale la sottomissione, andando quindi sacrificare tutto ciò che una donna poteva essere per se stessa (a livello spirituale, intellettuale e fisico).

A cavallo tra la metà del XIX e il XX secolo, assistiamo alla condanna dell’omosessualità che viene trattata come fosse una malattia da debellare e che arriva ad estremi agghiaccianti – anche e soprattutto nei confronti del femminile, giacché era inconcepibile che proprio una donna vivesse la propria sessualità a prescindere dal contesto sia maschile sia coniugale.

L’autrice, Giorgia Succi, scrive infatti che «la misoginia legata all’omofobia si radicalizza a tal punto […] da trasformare il lesbismo in malattia», poiché questo è «non solo fuori dalla norma, ma deviante, in quanto riconosce una sessualità alle donne da sempre contrastata e negata dal potere maschile» (Succi 2018, pp. 33-34). E se nella “normalità” il rapporto dev’essere quindi solo «riproduttivo, monogamico ed eterosessuale» pena l’esser considerato un’anormalità congenita (come la definisce nel 1869 lo psichiatra berlinese Carl Westphal), in casi estremi si contemplano persino “soluzioni” chirurgiche quali la clitoridectomia; intellettuali dell’epoca arrivarono inoltre ad affermare che la violenza fisica da parte dell’uomo «è congeniale e desiderata dalle donne “normali” che vedono nella sottomissione e nella clausura domestica il locus amoenus rigettato invece dalle lesbiche» (ivi, p. 39).

La donna che non fosse stata più moglie e madre terrorizzava, una donna che desiderava altre donne e potesse fare a meno dell’uomo, doveva essere soppressa

È quindi ancor più straordinario che tante donne (anche se non abbastanza, purtroppo) siano riuscite ad andare contro e oltre un modello sia omofobo che profondamente misogino per affermare individualità e arte.

Le personalità descritte sono tante e tutte avvincenti. Per citare alcuni fra i nomi più importanti ricordiamo sicuramente Renée Vivien, definita la Saffica baudelairiana, e Natalie Clifford Barney, l’Amazzone leggendaria che rese la sua vita un’opera d’arte, ma la lista di donne che compaiono in questo saggio è ben più lunga e straordinaria e arriva a tuffarsi nel divismo degli anni Venti.

Oltre che nelle biografie, è facile “imbattersi” nei tanti testi citati, sia tradotti sia mantenuti in lingua originale, che permettono di immergersi letteralmente negli animi della autrici. Si leggono versi di una sensualità appassionata e di una delicatezza infinita che parlano dell’amore tra donne, dell’esaltazione dei corpi e dell’unione fra spiriti affini; si trovano però anche pagine di angoscia e turbamento, di confidenze, di umanità. Le sfaccettature che emergono sono molteplici e tutte estremamente vivide e insieme propongono uno scenario femminile forte e indipendente che non era affatto intenzionato a vivere e viversi come derivazione della costola di Adamo. Queste erano le Amazzoni.

Leggendo questo testo sono subito evidenti la mole di lavoro e la meticolosità nei criteri di ricerca che l’autrice ha applicato per fornire un panorama assai dettagliato – e per certi aspetti problematico, nel senso che molte delle cose descritte in questo piccolo libro sono sconosciute a tanti che, sentendo parlare di omosessualità, Women’s Studies e diritti delle donne, ancora oggi alzano gli occhi al cielo rimanendo scettici o ridacchiando neanche le donne fossero un branco di fanciulle a cui dare qualche concessione una tantum purché sorridano.

Quando m’imbatto in queste riflessioni rimango sempre interdetta, perché ci si ritrova a discutere di una normalità che nel contesto etero normativo è persino banale, per cui vedere gente scaldarsi per queste (in apparenza) piccole cose rimane un che d’incomprensibile. È perché tale normalità (intesa come normalità di essere – in questo caso se stesse) che tanti danno per scontata, scontata non lo è affatto e lo dimostrano troppi tremendi indizi come stupri, femminicidi, botte, stalking, insulti, stereotipi di genere per cui “femminile” è ancora inteso come inferiore, debole, sottomesso. L’estremo opposto non vuole essere la lotta armata bensì la libera accettazione senza pregiudizi, affinché anche un semplice gesto come scambiarsi un bacio per strada non diventi un motivo per esprimere violenza.

Giorgia Succi è una giovane autrice di Torino, appassionata seguace di Saffo “per passione e vocazione”. In questo saggio offre la possibilità di conoscere alcune fra le più celebri Amazzoni del passato, ricordandoci con forza sia come certi stereotipi non siano ancora stati superati sia le incredibili risorse di cui tutte noi in realtà disponiamo. Perché, ricordiamolo: il genere è solo un prodotto culturale. Il corpo delle donne non deve essere un campo di battaglia entro il quale altri possano deciderne il destino.

Se volete saperne di più Giorgia gestisce anche, in collaborazione con Cristina Lègovich, un suo canale radiofonico su Radio Banda Larga, Ai Amazones (qui la pagina Facebook: https://www.facebook.com/Aiamazones/) e il sito https://aiamazones.com/.

Autore: Giorgia Succi
Titolo: La parola alle Amazzoni
Editore: Robin
Anno: 2018

Carlotta Papandrea

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