Cultura e società

La solitudine delle madri

Scritto da Maria

Nella letteratura greca, e non solo ma in molti miti dei popoli dell’antichità, il mondo non veniva creato da un dio, né da un suo soffio vitale, né dalla sua parola. Il mondo nasceva. Nasceva dalla dea madre: la Terra. Perché la vita abbia inizio, dunque, è un principio femminile che deve avere il sopravvento. Una solitudine femminile e ancestrale sembrerebbe allora il motore dell’esistenza.

Ed è forse per questo che molte madri di oggi sono condannate alla stessa solitudine. Non che quelle del passato non lo siano state ugualmente, ma era una solitudine d’altro genere, paragonabile al senso di vuoto che proverebbe qualsiasi individuo di fronte alla svalutazione della propria persona, e non collegata direttamente alla maternità, ma alla condizione dell’essere donna.

Le madri del passato smettevano di essere donne e diventavano madri, un passaggio dalla persona al personaggio, dall’essere al ruolo.

Quelle di oggi? se la cavano meglio? Si direbbe di sì. La società in tema di maternità non fa altro che imbellettarsi il viso: passano le settimane, i mesi di gravidanza e si dipingono scenari idilliaci, ma solo in alcuni casi corrispondono a realtà. In fondo, con gradazioni diverse da caso a caso, tutte le madri sperimentano la falla nel sogno. La famiglia che protegge, il lavoro che può attendere senza troppe pressioni – lei può decidere con serenità se rientrare o prolungare l’assenza fino a che un asilo nido o una nonna o una tata la possano egregiamente sostituire -, il compagno che non solo la sostiene nelle sue decisioni, ma ha già anche ordinato l’ultimo modello di macchina station wagon, la madre che esce ogni tanto e lascia volentieri il bambino a qualcuno che se ne occupa altrettanto volentieri, un abito nuovo, un film, una mostra, una passeggiata nel verde.
Fantascienza.

La maternità è ancora un’esperienza devastante di solitudine. Oggi più di ieri. Perché mentre la tribù e la famiglia patriarcale offrivano protezione e rispondevano a quell’istinto naturale che spingeva a considerare i figli un dono non solo per i genitori, ma un dono che i genitori facevano alla società, attualmente, e negli stati più ricchi al mondo, si è persa cognizione che i nuovi nati siano innanzitutto del mondo non delle madri.

La grande figura della dea Terra è morta. L’atto del partorire e del generare non è più alla base della vita. E non perché dall’era della madre si sia passati all’era del padre, come sarebbe stato vero fino a un’ottantina di anni fa, ma perché dall’era della madre, passando per quella del padre, siamo approdati all’era della sterilità.

Una sterilità d’amore. Sì, è una sterilità d’amore che condanna le madri alla loro solitudine. In primo luogo e per un verso, nella coppia genitoriale: sempre più i padri diventano “paredri” e non riescono ad assolvere, non semplicemente al loro ruolo, ma alla loro missione d’amore. In secondo luogo e per altro verso, la società nullifica l’atto creativo-riproduttivo. E i figli diventano un “problema delle madri”. Madri che mortificano la loro gravidanza, la nascondono, la vivono nell’ansia di quello che accadrà, nella frustrazione delle conseguenze affettive e interne alla coppia o lavorative ed economiche, al punto che almeno una volta saranno state colte dal dubbio che il bambino che hanno in grembo sia stato tutto sommato un “sbaglio”.

La solitudine delle madri è tutta nell’assurda dicotomia tra la donna che si era e la madre che si diventerà, nel pregiudizio soffocante e snervante che essere una buona madre significhi non dar spazio alla persona e alle sue ambizioni, nella stupida convinzione che la maternità appaghi esclusivamente.

La maternità è un momento, uno stato di grazia, è il perpetuarsi della vita e del genere umano. Ma è un momento. Solo un momento. Poi la nuova vita autonoma è dell’umanità non della madre. Se non si torna a questa prospettiva, la maternità diventerà estraniante per le donne e aberrante per il mondo. E i figli? I figli non saranno più di nessuno, perché nessuno si ricorderà il motivo per cui li si è fatti nascere.

 Maria Mancusi

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