Attualità Cultura e società

Incontro con Lorenzo Mattotti

Una chiacchierata con Lorenzo Mattotti fumettista e illustratore di fama mondiale.

Un sabato pomeriggio a Parigi. Il cielo grigio che fa da coperchio alla formicolante capitale francese, con i suoi odori, i suoi rumori e le diverse lingue che mutano appena si gira l’angolo. Sono le cinque del pomeriggio quando mi presento alla porta del bâtiment in cui si trova lo studio di Lorenzo Mattotti, fumettista e illustratore di fama mondiale. Ricordo ancora la lezione universitaria durante la quale conobbi la sua arte e me ne innamorai. Era un corso sul fumetto all’Università di Bolo gna, in concomitanza con il festival Bilbolbul, che anima il capoluogo emiliano ormai da qualche anno. L’opera di Mattotti aveva un aspetto “artigianale” e insieme poetico che mi aveva colpito, tant’è che decisi di approfondirne la conoscenza e di seguirlo fino ad oggi, fino alla sua ultima mostra alla Pinacoteca di Bologna, Oltremai.

Ed è proprio da qui che comincia la nostra chiacchierata. Soggetto di questa serie di tavole in bianco e nero è una foresta archetipica, con abitanti misteriosi, che siamo liberi di riconoscere o meno, che ci danno la possibilità di seguirli o di fuggirli nascondendoci in uno dei tanti anfratti disegnati da un tratto evocativo e frutto di un’interiorizzazione di esperienze e memorie. L’atmosfera fiabesca mi incuriosisce e Mattotti conferma di aver dipinto immagini narrative che ci raccontano un mondo legato all’affabulazione mitologica e ispirato alle fairy tales. La contemporaneità entra in questo universo onirico attraverso alcuni segni grafici, come fili spinati o reti di ferro, ma sono soprattutto il mistero e l’evocazione che regnano in questo percorso fatto di pause, discese e flash back di un inconscio comune, collettivo. Infatti il segreto di questa mostra è la libertà del visitatore di esplorare e dare un nome alle macchie di nero o agli spazi di bianco, di riconoscervi delle presenze o di fuggire da esse e passare alla tavola successiva.

Mentre Mattotti commenta la sua opera, non posso fare a meno di osservare la calma e la consapevolezza con cui sceglie le parole, la gestualità melodiosa con cui accompagna il discorso, lo sguardo a volte lontano, perso nella sua arte, altre volte invece diretto e attento, che cerca di captare il senso delle cose. Mi sono sempre chiesta come fosse l’atelier in cui lavorava e creava questo fumettista, premio Yellow Kid nel 1997 e miglior autore fumetti all’International ComiCon di San Diego nel 1998. Avevo avuto modo di vederlo lavorare nel suo studio grazie a documentari e video vari, ma ora che mi ci trovo dentro ho la sensazione di non essere in un appartamento di Parigi, ma in un luogo dove solo l’ispirazione, l’odore dei colori e la musica o il silenzio si pongono come coordinate spazio-temporali. Mattotti risponde con generosità alle mie domande, ascolta le mie opinioni ed esplicita la sua arte con una semplicità profonda e ragionata. Mi spiega che nelle sue opere è quasi sempre il ritmo delle immagini che fonda la struttura portante, le parole (e devono essere quelle giuste) vengono aggiunte in un secondo momento, come se si trattasse del sonoro. Questo metodo ha caratterizzato la maggior parte dei suoi lavori, come Fuochi, uno dei suoi primi libri, dove evidente ed efficace è scattata la scintilla fra testo e immagine.

Durante questa chiacchierata mi sento talmente a mio agio che dimentico la scaletta delle domande e mi lascio trasportare dalle tante considerazioni e curiosità che hanno costellato il mio avvicinamento a questo artista. Per esempio mi viene spontaneo chiedergli da cosa dipende la scelta del bianco e nero piuttosto che del colore, e la risposta mi pare talmente coerente con le sensazioni che affiorano in me dinnanzi alle sue opere che provo un entusiasmo subitaneo. Per Mattotti il bianco e nero è un linguaggio che lo mette in rapporto con se stesso, con i suoi fantasmi e il mistero della sua interiorità. “È come se disegnassi da cieco, con gli occhi rivolti verso l’interno, in una sorta di evocazione”. Mentre con il colore la stratificazione avviene sulla superficie del foglio (memorabile il video in cui Mattotti sovrappone strati su strati di colore impugnando la matita con una forza energica e raffinata allo stesso tempo), “nel bianco e nero la stratificazione è più di tipo temporale”. Sono i ricordi, le esperienze e le immagini dell’inconscio che sovrapponendosi creano poi opere come Oltremai, un lavoro che non è stato progettato, ma che parte da forme interiorizzate, riversandosi direttamente sulla tela, in maniera immediata, come a voler creare dei simulacri di un passato insieme reale ed immaginario. Le macchie si compongono e si distruggono subito dopo, in una dimensione effimera dell’arte e dell’inconscio. Per il colore, invece, c’è dietro tutt’un altro tipo di poetica. Avere a che fare con le superfici, pone l’artista di fronte alla scelta obbligata di “rapportarsi col mondo, di dare un ordine e una melodia a quello che mi circonda”. Quando si trova l’armonia perfetta, i colori cominciano allora a cantare. La stratificazione, l’aspetto artigianale di stendere diverse passate di colore, ha come scopo il raggiungimento del massimo della concentrazione e dell’essenzialità.

Sento l’urgenza di fargli sapere le mie impressioni sulla mia opera preferita, Il Rumore della brina (Einaudi, 2003), creato in collaborazione con Jorge Zentner: con le parole e con le immagini viene raccontata una storia talmente vera che c’è da pensare che sia impregnata di sentimenti ed esperienze vissute. La paura di affrontare le responsabilità, la tentazione di scappare, la paura della vita: il protagonista è lo specchio di tanti nostri aspetti umani, ma soprattutto coglie l’essenza di un’insicurezza che è una costante dei nostri tempi. Mattotti confessa che considera quest’opera come “la concretizzazione più precisa della mia idea di fumetto, ovvero il riuscire a lavorare con il disegno, in modo da trasmettere il massimo di simbologia che il segno può dare. In questo il fumetto ha una marcia in più rispetto alla fotografia: può creare metafore e allegorie, in un rapporto continuo tra gli occhi interiori e la mano”. In questo fumetto Mattotti si colloca in una sorta di realismo basato su un legame sincero tra sguardo esteriore e sguardo interiore: il protagonista Samuel Darko, quando fugge dalle responsabilità e intraprende un viaggio (reale e allo stesso tempo interiore) è tutti noi e non si può far altro che seguirlo mettendo in atto una riflessione su se stessi e le proprie angosce.

Quando si passa da Mattotti fumettista a Mattotti pittore, non c’è traccia di discontinuità, le diverse anime dell’artista vanno di pari passo, seguendo il naturale fluire della sua vena artistica. Lo sguardo sulla coppia, sul binomio uomo-donna caratterizza due serie di pitture: le Stanze e Nell’acqua. Nelle Stanze l’ambientazione è una camera: i personaggi sono ritratti in diverse posizioni sdraiati sul letto e l’idea che attraverso le varie attitudini del corpo si possa intuire come procederà la storia tra i due, o che cosa sia successo nel passato dei personaggi, mi martella da diverso tempo. Propongo questa considerazione all’artista, che effettivamente mi dice che il fil rouge di questa serie è l’intimità, declinata nelle posizioni dei corpi: “Volevo esprimere e fissare i piccoli cambiamenti del sentimento che diventano giganti quando sono espressi in una stanza. C’è una recita intima dei corpi che è permessa in questa stanza, come se i corpi riuscissero ad esprimere un livello di sensibilità sincera, naturale e allo stesso tempo amplificata”. Nella serie Nell’acqua, invece, pur essendoci ancora al centro della scena la coppia, questa volta immersa nell’acqua, il tema centrale è l’armonia con la natura, in una visione panteistica dell’unità. In queste due serie di tavole Mattotti è un vero maestro nel cogliere e fissare la cangiante mutevolezza e l’infinita variazione dei sentimenti umani più forti e più difficili da esprimere, ovvero quelli che si provano in una relazione.

Superata l’onda di emozioni che provo nel confrontarmi con Mattotti, dopo anni di contemplazione dei suoi lavori, mi sembra opportuno chiedergli quale sia il suo rapporto con la tecnologia, domanda forse banale, ma necessaria trovandosi di fronte ad un artista contemporaneo. “Non uso il computer per disegnare, la base del mio lavoro è la mano con la matita o il pennello. La tecnologia subentra per l’archiviazione, la correzione o per dare movimento all’opera”. Non è però indifferente al fascino di una tecnologia che può creare lavori complessi e può dar modo all’artista di sondare le sue capacità creative, in una sorta di meta-disegno. Ci racconta che utilizzando un’applicazione per iPad, Brushes, ha potuto assistere alla proiezione del suo tratto che si evolveva e creava poi il disegno finale, in una sorta di vertiginosa danza retrospettiva che lo catapultava nell’essenza stessa della sua ispirazione della sua vena creativa.

Se l’artista è colui che ci mette in contatto con la parte più vera del nostro “essere umani”, grazie alla sua sensibilità e all’acutezza del suo sguardo, allora la persona che ho intervistato questo sabato pomeriggio a Parigi è un vero artista. Lascio lo studio di Lorenzo Mattotti con la sensazione appagante di essermi arricchita, con un senso confortante di fiducia nell’uomo, cosciente che la società sarebbe senza dubbio migliore se si coltivasse e si sostenesse di più l’arte e chi ne detiene la luce segreta.

PS: Per chi volesse conoscere meglio Lorenzo Mattotti e i suoi lavori, un blog a lui dedicato raccoglie informazioni, immagini ed eventi.

Caterina Sansoni

Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Utilizziamo i cookie di terze parti per personalizzare i contenuti e gli annunci, fornire le funzioni dei social media e analizzare il nostro traffico. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie. Leggi l'informativa estesa

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi